Scrivere una sceneggiatura: il viaggio dell’eroe


Chi non ha mai avuto nel cassetto un racconto da adattare per la scrittura di un film?

Una buona sceneggiatura è la colonna portante di tutto il processo di realizzazione di un film. La parte creativa relativa alla stesura di una sceneggiatura rientra nella fase della pre-produzione.

Christopher Vogler, uno sceneggiatore di Hollywood che ha lavorato negli anni 80 per la Disney e che attualmente insegna alla UCLA nel suo “Il viaggio dell’eroe” del 1992 descrive le “situazioni archetipiche” del viaggio che compie il personaggio nella storia. Le sue teorie trovano riscontro nella maggior parte dei soggetti e sceneggiature cinematografiche.

Le sceneggiature in cui Vogler verificò le sue convinzioni ammontava circa a seimila.

In cosa consiste “Il viaggio dell’eroe”?

Ogni storia che conosciamo ha uno schema narrativo elementare. Vogler racchiuse in momenti chiave lo svolgimento di una storia, qualunque essa sia.

L’Eroe riceve una chiamata che lo estranea pian piano dal suo mondo quotidiano, detto “Ordinario”.  Dopodiché viene guidato da un mentore che lo incoraggia e lo guida al superamento della “Prima prova”. Accede così al “Mondo Straordinario”. Entra nella “Caverna più profonda” e affronta la Prova principale. Ottiene la “Ricompensa” e dopo la “Resurrezione” ritorna a casa con l’“Elisir”.

Il Viaggio dell’eroe è un viaggio universale perché ogni funzione e ruolo narrativo diventano archetipi.

L’azione dell’eroe cambia a seconda del rapporto coi mondi in cui interagisce.

“Nel Mondo Mitico delle nostre storie ci sono quattro principi funzionali con cui l’uomo si relaziona e agisce col mondo circostante 1. Principio di ordine: creazione ed organizzazione del caos primordiale 2. Principio di salvaguardia dell’ordine: canalizzazione degli istinti 3. Principio di controllo e governo sensoriale dell’ordine: discriminazione dell’apparenza dal vero, ispirazione e creazione artistica, abilità tecnica, percezione relazionale 4. Principio creativo-riproduttivo: comunione, comunicazione sensoriale col mondo”.

Ogni percorso che l’eroe compie comporta un cambiamento intrinseco a seconda delle situazioni standard che lo portano ad interagire con gli altri personaggi.

Oltre che da Jung, Vogler riprende il concetto di archetipo da Joseph Campbell e dal suo libro “L’eroe dai mille volti” del 1973.

Il mito nella scrittura narrativa per il cinema viene così riletto in chiave universale. Ogni racconto ha in sé gli elementi fissi del viaggio che compie l’eroe ma anche le sue specifiche varianti come ad esempio “Il rifiuto della chiamata”, la riluttanza del protagonista che fa parte di un passaggio intermedio che tiene conto di una specifica azione possibile. Il mito rappresenta quindi un passaggio attraverso i momenti cardine della vita del personaggio.

Archetipo non corrisponde a stereotipo. Non è racchiuso in confini rigidi ma ripropone esplicitamente le teorie Junghiane di inconscio collettivo.

Campbell tentò di spiegare l’archetipo con l’esempio del passero che appena uscito dall’uovo vedendo la sagoma di un aquila riprodotta artificialmente si nasconde per istinto mentre vedendo l’ombra di un altro passero cinguetta.

Gli archetipi consistono in alcune figure basiche che in un modo o nell’altro si trovano necessariamente ad interagire e sono: l’eroe stesso, ovvero il protagonista che deve affrontare il viaggio, il Mentore che lo aiuta e incoraggia a proseguire il viaggio, il Guardiano della soglia che mette alla prova la sua forza, il Messaggero che comunica la necessità di un cambiamento, il Mutaforme che si traveste e non è leale, l’Ombra che corrisponde all’antagonista e l’Imbroglione, la spalla goliardica che infonde energia.

Secondo Vogler ogni storia ha come riferimento intrinseco un altro modello di storia più universale e non può esserci narrazione se non si verifica una trasformazione dell’eroe. Le fasi che ha quindi teorizzato devono verificarsi in modo crescente e progressivo, altrimenti una sceneggiatura non potrà essere funzionale.

Anche i generi cinematografici nella loro definizione seguono un archetipo oramai consolidato nell’inconscio collettivo. Lo schema della narrazione aderisce ad alcune linee fondamentali insite appunto nella memoria inconscia collettiva di chi ha già sperimentato e quindi canalizzato le informazioni in un determinato genere. E quindi avviene la sospensione dell’incredulità e il riconoscimento immediato del genere specifico.

“In fondo, nonostante le sue infinite variazioni, la storia dell’Eroe è sempre un viaggio: l’eroe lascia la propria tranquilla quotidianità per avventurarsi in un mondo sconosciuto, che lo mette alla prova. Può trattarsi di un viaggio vero e proprio verso un luogo reale: un labirinto, una foresta, una caverna, una strana città oppure un paese o una nuova località che diventa teatro del conflitto con forze antagoniste”.

Così Vogler continua:

“…Ma ci sono storie in cui il viaggio dell’Eroe è interiore: un viaggio della mente, del cuore o dello spirito. In ogni storia che si rispetti, l’Eroe cresce e cambia, facendo un viaggio dentro di sé, compiendo un cammino dalla disperazione alla speranza, dalla debolezza alla forza, dalla follia alla saggezza e dall’amore all’odio e viceversa. Sono proprio questi viaggi emotivi che avvincono il pubblico e rendono la storia interessante”.

 

 

Fonte:

Chris Vogler, Il viaggio dell’eroe, Dino Audino, Roma 1992.

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