Mindhunter: un viaggio nella mente dei serial killer


Mindhunter 

N°1 GENNAIO 2018

Cosa spinge i criminali a fare quello che fanno?

A rispondere a questa domanda ci pensa Mindhunter, una delle migliori serie tv di Netflix che ha chiuso in bellezza il 2017.

La prima stagione di 10 episodi è stata distribuita da Netflix il 13 ottobre scorso. Alcuni episodi sono stati girati da David Fincher che ha scavato senza remore nella mente contorta di assassini spietati attraverso il meticoloso lavoro dei due protagonisti.

David Fincher dagli anni 90 ad oggi ha indagato sempre nelle menti dei suoi villain, personaggi reietti, serial killer che non si sono adattati del tutto alle regole della società come in Seven, Millennium-Uomini che odiano le donne, Zodiac o Fight Club.

L’esplorazione del male avviene anche in Mindhunter: andare alle sue radici per formulare delle teorie che possano prevenire spiacevoli episodi. È questo l’obiettivo dell’agente Holden Ford e del suo collega Bill Tench.

L’ambientazione ci viene svelata a piccole dosi dai pochi riferimenti temporali presenti già dal primo episodio. Siamo nel 1977. Holden Ford, interpretato da Jonathan Groff, conosciuto al grande pubblico in Glee, Looking e American Sniper, è un agente dell’F.B.I. esperto in negoziazioni criminali.

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Un giorno assiste alle lezioni di uno psicologo del reparto di scienze comportamentali e viene affascinato dalle sue teorie. Decide così di cooperare con Bill Tench, un collega con più anni di esperienza, per mettere a punto un sistema di indagine attraverso una serie di interviste a tutti i maggiori assassini detenuti nelle prigioni degli Stati Uniti. Ottenuta l’approvazione dell’F.B.I., Holden e Bill cominciano il loro affascinante ma faticoso viaggio armati di microfono e registratore. Il loro scopo è raccogliere elementi utili a stilare un database di profili che porti in tempi rapidi all’identificazione di potenziali criminali attraverso il metodo della “profilazione” ma anche ad evitare che gli stessi delitti vengano commessi.

Studiare i comportamenti dei killer più spietati, raccogliere i dati e stabilire un confronto utile per le indagini future è anche l’obiettivo che si pone la professoressa Wendy Carr (Anna Torv) che lascia la sua cattedra a Boston per intraprendere la collaborazione con i due agenti nella città di Quantico in Virginia. I tre elaborano i dati delle interviste per studiare una nuova tipologia di assassino, il killer seriale o serial killer.

Il killer più spietato nonché primo teste di Holden è Ed Kemper che si è reso colpevole di atroci delitti nei confronti di ragazzine che l’hanno rifiutato. La stessa atrocità l’ha poi riversata sulla madre. Ed Kemper accompagnerà il viaggio di Holden fino all’ultima puntata quando metterà a nudo le debolezze dell’agente Ford, suscitando il panico.

Mindhunter presenta allo spettatore il piccolo mondo dei serial killer attraverso un’analisi accurata di omicidi a sfondo sessuale. Holden e Bill (Holt McCallany) vogliono dimostrare con le loro teorie che niente avviene per caso ed è nelle ragioni dell’omicidio la sua risoluzione.

Le responsabilità quindi non sono tutte dell’assassino ma la psicologia delle scienze comportamentali dimostra che la principale causa di tanta efferatezza risiede nella società, spesso volutamente assente, di fronte alle richieste di aiuto di persone che soffrono e subiscono violenza in silenzio, come ad esempio le mancanze croniche di attenzione subite da Ed Kemper (Cameron Britton).

Se per i moralisti può essere un cattivo esempio trovare giustificazioni a crimini atroci, tuttavia risulta riduttivo, superficiale e potenzialmente pericoloso non togliere le maschere agli autori di questi delitti.

La serie si ispira al libro del 1996 “Mindhunter: la storia vera del primo cacciatore di serial killer americano” e Holden non è altro che John E. Douglas, un ex agente F.B.I., uno dei primi profiler, nonché l’autore del libro. Douglas racconta della sua esperienza e delle sue conversazioni con assassini del calibro di Charles Manson e di come la caccia ai serial killer per poco non lo condusse alla morte. Questo libro è considerato una pietra miliare dedicata agli assassini seriali e ha ispirato Joe Penhall nella creazione di Mindhunter.

La sfilata che Mindhunter fa dei criminali rende la storia abbastanza avvincente dal punto di vista narrativo soprattutto quando l’agente Holden scava nell’intimo di ognuno di loro e li mette a nudo, estorcendo in alcuni casi vere e proprie confessioni.

I due protagonisti inquadrati nella sfera lavorativa hanno un impatto maggiore sullo spettatore, cosa che non accade per le loro vite private che producono un rallentamento e una distensione della storia.

Mindhunter serie tv

Holden è alle prese con Debbie, una fan della controcultura che disprezza il suo conformismo ma allo stesso tempo ne è attratta. Holden cerca conferme alle sue teorie anche in Debbie, cosa che lei puntualmente disattende senza rimorsi.

Mindhunter

Bill invece ha una situazione più stabile del collega ma deve affrontare anche lui un problema che lo affligge da anni: l’impossibilità di avere figli con sua moglie Nancy. La coppia ha infatti adottato un bambino che si rifiuta di parlare e tutti gli sforzi fatti dalla moglie per rimediare al problema con l’ausilio di psicoterapeuti sono resi vani da Bill. I problemi del figlio portano Bill e Nancy ad affrontare pesanti discussioni che compromettono la serenità mentale dell’uomo. E nonostante la sicurezza ostentata, Bill è il più sensibile dei tre protagonisti, l’unico che mostra delle reazioni umane davanti a quelle atrocità che Holden considera solo lavoro.

E se l’atteggiamento freddo e distaccato di Holden nel portare avanti il lavoro di ricerca si ripercuote allo stesso modo nella vita privata, per Bill esiste invece una netta separazione tra le due sfere. Infatti quando Holden fa degli esempi al collega citando la sua famiglia, la reazione di Bill non esita a farsi sentire.

Altro personaggio emblematico della serie è la professoressa Wendy Carr, l’unica di cui si conosce meno di tutti. Wendy insegna all’Università di Boston, convive con la sua tutor universitaria Annaliese Stilman e non ha il coraggio di dichiararsi lesbica. Solamente in un episodio viene svelata la sua vita privata, di cui gli altri due colleghi non sono a conoscenza. Assistiamo quindi alle divergenze con la sua compagna soprattutto quando le comunica di doversi trasferire temporaneamente a Quantico.

Le donne in Mindhunter esercitano un potere attrattivo, quasi di soggezione per i due protagonisti. Debbie è una hippie dalla mentalità aperta e si potrebbe quindi definire agli antipodi di Holden. Nancy invece, è provata dal mutismo del figlio adottivo e per questo Bill è molto protettivo con lei perché non vuole rompere i delicati equilibri matrimoniali; Wendy è una donna colta, intelligente e sicura di sé. Abbiamo capito che non è indifferente ad Holden.

È impossibile non cogliere dei riferimenti noir legati alla figura delle due donne misteriose, Debbie e Wendy, da cui Holden è magicamente attratto.

Un personaggio misterioso, all’apparenza normale, apre ogni episodio di Mindhunter mentre compie azioni diverse, in posti diversi, riportati sullo schermo a caratteri cubitali. Di sicuro si tratta di un serial killer e l’ultima scena del falò delle foto ci mette davanti agli occhi questa convinzione o perlomeno ce la fa presupporre a tal punto che tutto sembra collegarsi agli omicidi di Ed Kemper.

I temi affrontati e le brutalità commesse dagli assassini non sono per niente distanti dall’epoca in cui viviamo, sebbene i fatti narrati sono accaduti quarant’anni fa.

Il genere è poliziesco anche se non c’è azione e quel poco che c’è vive nella testa dei personaggi, i cui dialoghi sono sapientemente strutturati nella sceneggiatura impeccabile e mai banale di Joe Penhall. I dialoghi creano quella tensione emotiva tipica del thriller. Si raggiunge il culmine nell’ “estorsione consenziente” di quei dettagli sottovalutati che hanno segnato la vita dei serial killer. Agli occhi di Holden questi si trasformano in guide, utili alla società.

Dal punto di vista stilistico le scelte registiche sono improntate a dare spessore ai criminali. L’utilizzo del primo e del primissimo piano vuole infatti cogliere e scrutare ogni piccolo movimento dell’espressione facciale degli “assassini sotto i riflettori”, cosicché anche lo spettatore entra in una “dimensione partecipativa”.

L’interrogatorio è finalizzato a creare una sorta di empatia tra il criminale e il suo inquisitore. Holden fa sì che il criminale instauri un rapporto di fiducia con lui, trova i suoi punti deboli che lo spingono ad intime confessioni e così alla fine si libera da quello che non ha mai avuto il coraggio di raccontare a nessuno. La redenzione avviene dunque mediante la confessione.

Ma anche la perversione compare sotto ogni sfaccettatura, dalle abitudini del preside che per punire i bambini della scuola elementare solletica loro i piedi, all’assassino seriale che si masturba con i tacchi a spillo, alla sepoltura dei seni di una povera vittima, fino al sesso orale di Ed Kemper con la testa di sua madre. Compito di Holden è capire quindi la genesi di queste perversioni che a lungo termine possono sfociare in comportamenti pericolosi per la società che li ha ignorati.

Mindhunter Ed Kemper

Assistiamo così alla trasformazione di Holden che nei primi episodi si mostra impacciato non conoscendo a fondo la materia che insegna al corso di negoziazioni per l’F.B.I.

Decide così, grazie al sostegno del suo capo, di frequentare alcuni corsi di psicologia all’università, osteggiato dall’atteggiamento anticonformista dei professori. Impara le teorie di Lombroso e legge Durkheim su consiglio della fidanzata Debbie, che studia sociologia e lo spinge ad allargare i suoi orizzonti conoscitivi nel campo della psicologia. E durante la lezione di negoziazione dell’F.B.I., a supporto della didattica viene proiettato il film del 1975 Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet con un giovane Al Pacino.

Dopo aver acquisito padronanza nella gestione della materia, il suo acume non tarda a manifestarsi. È grazie a lui che l’F.B.I. riesce a venire a capo di efferati omicidi; i criminali per la prima volta si spogliano della loro corazza e vomitano particolari scottanti al confessionale.

La fotografia dalle tinte grigie/beige, tipica del cinema degli anni 70, è un altro elemento che ci aiuta, assieme ai modelli delle auto, ad orientarci nell’epoca precisa dei fatti.

I personaggi invece se si guardano dal punto di vista dei costumi sembrano atemporali. Sono le azioni e i dialoghi a dirci qualcosa in più di loro. Gli ambienti sono smorzati e privi di connotati. Ogni posto in cui si recano i protagonisti sembra uguale a quello precedente, nonostante attraversino diversi Stati Federali.

serial killer MindhunterMindhunter Holden Ford

Del cinema che ha per protagonisti crudeli psicopatici è impossibile non citare Il Silenzio degli innocenti di Johnatan Demme dove si può cogliere una certa attinenza tra il ruolo di Jodie Foster e quello di Holden.

I mostri che Holden tenta di esorcizzare attraverso l’istinto sono gli stessi che metteranno in crisi la sua carriera anche a causa dei suoi modi di fare, spesso audaci, irruenti ed in contrasto con le tecniche dei colleghi. Ed è l’ultimo episodio della visita ad Ed Kemper a svelare l’umanità e la fragilità di Holden che era sempre stato immune alla brutalità delle confessioni.

Ed a questo proposito Douglas diceva: “… i serial killer possono essere affascinanti in modo morboso, ma non dobbiamo mai dimenticare ciò che fanno e il male che compiono. Lo sa bene chi ci ha avuto a che fare ogni giorno, per anni, chi ha dovuto far entrare dentro di sé orrori che poi gli hanno lasciato dei segni indelebili, nel fisico e nell’anima…”

Un cast che si è rivelato all’altezza della situazione ha contribuito al risultato ottenuto da questa serie, brillante e ben strutturata dal punto di vista narrativo ed autoriale.