Chiamami col tuo nome, l’amore secondo Luca Guadagnino


Titolo originale: Call Me By Your Name

Regia: Luca Guadagnino

Anno: 2017

Interpreti: Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg,

Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois

Distribuzione: Warner Bros Italia

Durata: 132′

Paese di produzione: Francia/Italia/Usa/Brasile

“Da qualche parte in Nord Italia”, (identificabile con le campagne di Crema dove è vissuto Luca Guadagnino, le stesse di Novecento di Bertolucci), un paesaggio bucolico e idilliaco fa da sfondo alla residenza estiva di una famiglia di origine ebrea, i Perlman.

Elio (Timothèe Chalamet), figlio diciassettenne di un professore universitario (Michael Stuhlbarg), trascorre qui le sue vacanze estive in mezzo alla natura e agli stimoli intellettuali che trasudano dal raffinato ambiente familiare.

Siamo negli anni 80, ricostruiti minuziosamente da un Luca Guadagnino particolarmente attento ai dettagli: dai manifesti elettorali affissi nel borgo fantasma ai discorsi politici infuocati degli zii di Elio, dalle atmosfere tipiche dei piccoli bar di ritrovo, ai telefoni a gettone e alla t-shirt di Elio con i Talking Heads, dalle Converse che indossa Oliver mentre balla sulle note di Love My Way degli Psychedelic Furs a Radio Varsavia di Franco Battiato. Sono tanti i riferimenti al clima sociale e culturale che l’Italia ha respirato in quegli anni.

Elio è un ragazzo dolce, sensibile, pieno d’interessi che vive nel suo mondo di musica, libri e classicismo, protetto dal mondo esterno, in un contesto paradisiaco dove le cose brutte non accadono.

Ogni estate la sua famiglia ospita in casa uno studente straniero alle prese con la tesi del dottorato e quell’anno, il 1983, arriva Oliver, (Harmie Hammer), ventiquattro anni, bello, colto e scolpito come un bronzo di Riace.

Dopo la diffidenza iniziale, tra Oliver ed Elio si instaura un forte legame che diventerà eterno, cristallizzato in quel luogo magico, capace di conservare un ricordo indelebile e sacro come l’aura che circonda le statue ellenistiche di cui si attornia il padre di Elio.

Chiamami col tuo nome diretto da Luca Guadagnino e scritto da James Ivory racconta un’esperienza irripetibile ed unica, sospesa nei luoghi magici dei borghi e delle campagne lombarde, un amore timido e prorompente allo stesso tempo, che non può ritornare, se non negli attimi in cui si è consumato e che segnerà per sempre l’esistenza dei protagonisti. Non una cotta estiva, ma l’amore vero e puro, quello che tutti sognano di vivere almeno una volta nella vita.

Sarà infatti la scena finale a rivelare la forza travolgente di una mancanza che strazia l’anima, un apoteosi del dolore che devasta Elio, nel primo piano che Guadagnino fa del suo volto davanti al camino, un sentimento malinconico, riflesso anche nel paesaggio solitario e innevato in cui la vitalità estiva sembra solo un lontano ricordo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Andrè Aciman del 2008 in cui l’ambientazione originale era la riviera ligure, Chiamami col tuo nome traccia un approfondita analisi dei personaggi, scrutati nell’intimità e nel contesto in cui interagiscono. A casa Perlman sono tutti poliglotti, Aciman stesso parlava francese ma conosceva l’arabo, l’italiano, il greco e il ladino. La scena in cui Oliver, all’inizio del suo soggiorno, disquisisce con il professore riguardo la radice semantica di un nome, denota la conoscenza approfondita delle lingue classiche. Anche la domestica di casa Perlman parla il tedesco.

Chiamami col tuo nome

Una famiglia comprensiva, quella di Elio e questo si evince soprattutto nel dialogo-confessione tra padre e figlio, in cui l’uomo comprende il dolore di Elio e trova le parole per consolarlo, dopo la dipartita di Oliver.

«Stai male e ora vorresti non provare nulla, forse non hai mai voluto provare nulla, ma ciò che ora provi io lo invidio. Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, così tanto che a trent’anni siamo già prosciugati e ogni volta che ricominciamo una nuova storia con qualcuno diamo sempre di meno, ma renderti insensibile così da non provare nulla, è uno sbaglio…» (Professor Perlman).

Guadagnino guida i personaggi con delicatezza e sensibilità lungo il percorso del loro amore, senza mai destare scandalo e senza scadere in sentimentalismi o stereotipi gay. Ed eccessivamente discreti sono anche i movimenti della macchina da presa nello scrutare le stanze della casa. Alcune scene sembrano addirittura chiedere il permesso prima di essere viste. Il regista esita prima di spogliare i corpi dei personaggi. La scoperta del sesso, i baci e l’intimità sono caratterizzate da una forte componente voyeuristica velata dalla paura di esplorare e comprendere il proprio io.

Chiamami col tuo nome io ti chiamerò col mio” è la frase che Oliver sussurra ad Elio in un momento di intimità; chiamare le cose con il loro nome allude alla ricerca di un’identità che si materializza nell’attimo stesso in cui viene scoperta. È il coming out dell’amore che pronuncia il suo nome con l’intento di possedere, oggetti, luoghi, persone, in un carpe diem di emozioni intense.

Un film d’autore in cui il regista si sofferma su oggetti particolari: un uovo rotto che rappresenta simbolicamente l’estraniamento di Elio dai suoi interlocutori a tavola, una pesca privata del suo succo dall’evidente richiamo erotico, un costume che gocciola nella vasca da bagno e che per un momento si trasforma in un feticistico desiderio di possessione.

Chiamami col tuo nome Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome non è una storia legata all’impossibilità di vivere liberamente la propria omosessualità, anzi considerando l’ambiente vivace, accogliente e culturalmente aperto in cui la storia si svolge questo aspetto è del tutto irrilevante. La sceneggiatura punta più che altro sulla paura di non essere ricambiati, sebbene Oliver, sin da subito, mandi chiari segnali d’interesse ad Elio (gli massaggia furtivamente la schiena durante una partita di pallavolo).

La parte superiore dei corpi dei protagonisti è quasi sempre scoperta e la fotografia impeccabile di Sayombhu Mukdeeprom ne coglie ogni sfumatura: Oliver ha i pettorali scolpiti, quasi marmorei ed un fisico già formato che si vuole accostare visivamente alle sculture classiche, più esile la fisicità di Elio che racchiude in sé i timori di una sessualità ancora inesplorata e pronta ad esplodere da un momento all’altro.

La scoperta della propria identità sessuale non è tormentata, né sofferta ma è desiderata più di ogni altra cosa. I rapporti con l’altro sesso rappresentano una parentesi di approccio adolescenziale e diventano il giusto pretesto per suscitare gelosia.

I paesaggi delle campagne lombarde ricordano le cascine toscane di Bertolucci (uno dei registi preferiti di Guadagnino) e la voluttuosa Lyv Tyler di Io Ballo da Sola nel percorso iniziatico da adolescente a donna. Il film è anche un omaggio al Bertolucci di The Dreamers nell’esaltazione del piacere carnale e nell’ossessiva ricerca del desiderio.

Chiamami col tuo nome Luca Guadagnino

I personaggi vivono il loro soggiorno spensierato, dalle passeggiate in bicicletta, ai bagni al fiume, alla frenesia dei balli nelle piazze semideserte. Tutto avviene in un contesto domestico culturalmente vivace: gli zii che si scaldano a parlare di Craxi, le domestiche che parlano di Resistenza, la cena con la coppia vistosamente gay (che Elio chiama scherzosamente Sonny e Cher), la lettura di Le Monde, tutti momenti che inducono lo spettatore ad interrogarsi sulla portata sociologica degli avvenimenti nel contesto diegetico del film.

Alcune inquadrature ricordano la pianura padana, location edonistica dell’alta borghesia de Il Giardino dei Finzi Contini di Vittorio de Sica intrisa di suggestioni pasoliniane con la spontaneità leggera e naturale tipica della Nouvelle Vague e i tratti nostalgici del Viaggio in Italia rosselliniano, sono tante le contaminazioni cinematografiche a cui Luca Guadagnino si ispira.

Anche la musica gioca un ruolo fondamentale e diventa per Elio uno strumento di comunicazione nell’incomunicabilità della graduale scoperta del desiderio. È grazie alla musica che Elio si avvicina ad Oliver come nella scena in cui suona Bach al pianoforte. Dai brani di musica classica (Listz, Ravel, Satie, Adam, Bach) agli anni ’80 degli Psychedelic Furs, alla Bertè e Battiato e ancora Sakamoto, Moroder e le musiche di Sufjan Stevens (Mystery of Love durante la gita alle cascate e Visions of Gideon nel primo piano finale che si chiude con i titoli di coda) che Guadagnino adora particolarmente: “Un artista di cui ho una grande ammirazione è Sufjan. La sua voce è fantastica e angelica, e i suoi testi sono così pungenti, profondi e pieni di dolore e di bellezza. La musica è insolente. Tutti questi elementi erano quelli che immaginavo per il film”.

Chiamami col tuo nome Luca Guadagnino

Altro aspetto che il regista tende sempre a sottolineare è il tempo che scandisce il lieto soggiorno. È la natura a dettare i suoi tempi con l’alternarsi delle stagioni in armonia coi sentimenti. Il tempo della stagione estiva è scandito dal canto delle cicale, dalla leggerezza e dal clima festoso che si vive all’aria aperta. Così l’inverno diviene il tempo della maturità, del presente che con dolore si fa carico dei ricordi. C’è anche un tempo storico: dalle rovine che catturano lo sguardo del turista, il luogo ideale per una dichiarazione d’amore al cospetto del monumento ai caduti del Piave, ai manifesti del partito comunista e al dipinto di Mussolini sulle pareti della casa di un’anziana signora.

Chiamami col tuo nome Luca Guadagnino

 

Trascorrere l’estate nella residenza familiare del sedicesimo secolo è un motivo in più per distaccarsi dal contesto giovanile a favore di una totale immersione nell’arte, intesa come modello di vita. La dimora estiva dei Perlman diventa così un’oasi di felicità, una fortezza lontana dai problemi della gente comune. La mitizzazione del passato avviene attraverso i reperti archeologici e le statue greche che a partire dai titoli di testa restano gli elementi conduttori del film. È infatti evidente lo stupore di Oliver e del prof. Perlman davanti alla statua mutilata pescata al lago o nella proiezione di vecchie diapositive ritrovate.

Resta così, appeso ad una cornetta, il ricordo consolatorio di una felicità che non farà mai più ritorno, un fermo immagine che invade la vita e la sconvolge.