Benessere animale la rete dei santuari di animali liberi


ippoasi_stampa_30 (Copy)Anche in Italia, finalmente, inizia a circolare il concetto di antispecismo, con la volontà, forse, di cominciare ad abbandonare la vecchia idea di etnocentrismo, che da sempre è all’origine di guerre e di violenza, per sostituirla con quella di uguale dignità per ogni singolo essere vivente.
Di movimenti in difesa di cani e gatti, ma anche di conigli, ne esistono tantissimi. Ma c’è anche chi si occupa di vacche, capre, agnelli, maiali e di tutti gli altri animali, che non rientrando nella caratteristica di “pet”, sembrano non possedere la stessa dignità dei propri simili a quattro zampe, che vivono abitualmente nelle nostre abitazioni.
Per riflettere su tale tematica, abbiamo voluto incontrare chi si occupa di ridare dignità a quegli animali troppo spesso etichettati come “animali da reddito”, ma che portano invece in sé molto di più. Lo abbiamo fatto con un rappresentante della Rete dei Santuari di Animali Liberi, che ci ha spiegato cosa fanno ogni giorno queste realtà.

D: Come e quando nasce l’idea di creare una Rete dei Santuari?
R: «L’idea di creare una rete che unisse i santuari che si riconoscono nei principi e ideali antispecisti nasce per la prima volta nel 2012 ma si concretizza due anni più tardi, quando la Rete dei Santuari di Animali Liberi viene ufficialmente presentata, durante il festival MiVeg a Milano. Vi aderiscono Vitadacani, con i due santuari Porcikomodi di Magnago e Chiari, il Rifugio Miletta, La Belle Verte, Animal SOS, Oasi Be Happy e Fattoria della Pace Ippoasi, con i sue due santuari (Ippoasi e il Rifugio della Bubi). Quello che unisce queste realtà è credere nella necessità di operare e lavorare per la liberazione animale, secondo ben determinati principi, esplicati ed elencati in una “carta dei valori”, che si può trovare sul nostro sito (http://www.animaliliberi.org/site/carta-dei-valori/).
Perché fare rete? Ma per unire le forze, lavorare in team. E gli scopi sono fondamentalmente due: avere maggiore visibilità (sia per i singoli rifugi, sia per i progetti portati avanti) e avere una maggiore forza d’impatto nella soluzione dei problemi che accomunano i santuari e nella gestione delle emergenze».

D: Di cosa vi occupate?
R: «La Rete si occupa di far conoscere le singole realtà, cercando soprattutto di arrivare a quelle persone che non sanno cosa sia un santuario, che magari pensano che si tratti di fattorie didattiche (mentre sono quanto di più lontano ci sia). I santuari infatti hanno lo scopo primario di accogliere animali salvati dallo sfruttamento, ma anche di fungere da luogo di incontro, un posto dove il mondo è all’incontrario, dove gli animali sono liberi da barriere fisiche e da barriere mentali.
Qui gli animali ospiti non sono da reddito, né da coccola, né da compagnia. Sono se stessi, ambasciatori della propria specie. Raccontano, a chi accetta di spogliarsi delle proprie gabbie mentali, chi sono in realtà (non macchine da produzione, non cibo, non cose) e cosa in realtà significhi essere animale da reddito. Quale sia la quotidiana atroce esistenza dentro ogni allevamento. A noi piace dire che nei santuari si seminano piccoli semi di empatia. Se il terreno è fertile, quei semi cresceranno, insieme alla consapevolezza della necessità di un cambiamento sociale radicale.
La Rete fa informazione. Cerca di diffondere la verità sul mondo della zootecnia, al di là delle rassicuranti parole spese da allevatori, funzionari ASL e governativi. Ci occupiamo di casi specifici di sequestri di animali, cercando di salvare la loro vita (a volte riuscendoci, a volte purtroppo no) e utilizzando questi casi come strumento per mostrare la realtà. Che accomuna ogni allevamento e macello. Non esiste “benessere animale” per quegli animali che sono reificati e sfruttati, che sono considerati null’altro che macchine per far soldi. Benessere e allevamenti, benessere e trasporti, benessere e macellazione, non sono altro che ossimori, il tentativo di tacitar coscienze. E anche quelle poche regole e leggi che esistono, sono sistematicamente eluse, con la connivenza, nella stragrande maggioranza dei casi, di chi dovrebbe controllare e far rispettare la loro applicazione. Questo lo vediamo ogni volta che entriamo in un allevamento o ci interessiamo di un trasporto o di un sequestro. Di questo continueremo a parlare, affinché la verità si sappia, e su questo continueremo a lavorare, affinché si possa arrivare un domani non troppo lontano alla fine di ogni allevamento.
La Rete, infine, si occupa di risolvere i problemi contingenti. Il primo e più importante è il vuoto normativo esistente in Italia e non solo. Ovvero il fatto che i rifugi per animali da reddito siano non luoghi, non riconosciuti come tali, ma catalogati dallo Stato e dagli organi delle ASL e dei ministeri competenti come allevamenti. Sottoposti quindi agli stessi vincoli (controlli veterinari non finalizzati alla salvaguardia della salute degli animali, ma di chi potrebbe mangiare la loro carne, e poi marcatura degli animali, controlli ad ogni trasporto, registri di carico e scarico, eccetera), cose che causano non solo inutile stress ai nostri ospiti, ma anche una gran perdita di tempo per i veterinari che sono costretti ad effettuare controlli completamente inutili».

IMG_20151015_152008 (Copy)D: Gli animali come arrivano fino a voi?
R: «Gli animali che noi accogliamo hanno tante storie. Ci sono quelli che vengono ceduti dagli allevatori perché improduttivi (noi non acquistiamo gli animali: sia perché non vogliamo contribuire a finanziare il sistema di sfruttamento, sia perché siamo fermamente convinti che gli animali siano individui e non cose, e gli individui non si comprano e non si vendono). Ci sono quelli sottratti a seguito di sequestri penali. Ci sono quelli liberati durante azioni a volto scoperto o meno. E ci sono quelli che si sono ribellati, sono riusciti a fuggire al loro destino, e grazie al loro coraggio hanno acquistato una propria individualità. Diventano famosi. Ottengono appoggio e sostegno e per questo riescono ad aver salva la vita.
Ad esempio presso il santuario di Porcikomodi – Vitadacani vive WillyBanzai, un fiero torello che è scappato dall’allevamento dove era detenuto (si dice saltando la staccionata), ed è riuscito a restare libero per più di cento giorni. Nascondendosi di giorno e aggirandosi in cerca di cibo di notte. Al termine della sua avventura, quando sono riusciti a catturarlo, era ormai una celebrità fra gli abitanti del paesino dove viveva, tanto che il sindaco stesso si è impegnato affinché venisse ceduto ad una struttura dove potesse vivere tranquillo fino alla fine dei suoi giorni. (la storia di WillyBanzai la potete trovare qui: http://www.vitadacani.org/news/willybanzai-ovvero-la-fuga-per-la-liberta/)».

D: Siete tutti volontari? Come può aiutarvi concretamente chi è sensibile a questa tematica?
R: «Soltanto il santuario Porcikomodi di Magnago ha degli operatori che sono dipendenti. Cosa necessaria dato l’altissimo numero di animali ospitati (circa 150 animali ex da reddito ed altrettanti cani nell’annesso parco canile). Gli altri santuari, invece, che sono di dimensioni più contenute, sono gestiti da volontari. Tutti i santuari della Rete sono ONLUS e si reggono sul sostegno degli attivisti, sulle donazioni, sulle adozioni a distanza.
Per aiutarci i modi sono molti: ci sono appunto le adozioni a distanza; si possono organizzare benefit, cene, eventi, per aiutarci nella raccolta di fondi; si possono aiutare i rifugi nella raccolta di cibo ed altro materiale necessario (attrezzi agricoli, fieno, eccetera); si può fare volontariato; oppure anche solo seguire e partecipare alle nostre campagne».

D: Al momento che progetti state seguendo?
R: «Al momento stiamo lavorando proprio alla questione del riconoscimento giuridico. Nel maggio del 2015 abbiamo inviato una raccomandata al Ministero della Salute, a quello dell’Ambiente, e alle Regioni ove si trovano i santuari, per sottoporre il problema, elencare le nostre ragioni, e chiedere un incontro. A parte il Ministero dell’Ambiente, che ha risposto dicendosi non responsabile della questione, è seguito solo silenzio. Nell’autunno dello stesso anno abbiamo lanciato un mail bombing, e invitato le persone ad inviare anche lettere cartacee. Sappiamo per certo che mail e lettere ne sono arrivate a migliaia. In contemporanea, alcuni politici si sono offerti di fare da tramite per ottenere il tanto agognato incontro. Ci sono voluti altri mesi. Poi, pochi giorni fa, finalmente una risposta. Una nostra delegazione incontrerà alcuni funzionari preposti, presso il Ministero della Salute, a metà luglio. Speriamo sia l’inizio di un dialogo fattivo e risolutore».

D: Mi racconti una storia che vi ha colpito particolarmente?
R: «Di storie ce ne sono molte. Ma certo quella della mucca Tina la porto ancora con me, insieme ad un senso di colpa e di impotenza.
A giugno 2015 siamo stati contattati da un allevatore di Suzzara, in provincia di Mantova. Costui – probabilmente non avendo ben capito con chi stesse parlando – ci chiedeva aiuto per regolarizzare otto bovini privi di marche. La sua storia era questa: a dicembre aveva preso in affitto la stalla di un suo vicino, strangolato dai debiti. E con la stalla aveva preso possesso anche degli animali lì rinchiusi. Quando vi si era recato la prima volta, aveva trovato decine di cadaveri di mucche. Erano mucche a fine carriera, non più produttive, che il loro padrone aveva lasciato nei mesi morire di fame, nascondendone poi i cadaveri nei campi circostanti. Ad alcune aveva tolto le marche auricolari di riconoscimento, per utilizzarle sulle vitelle più giovani. Il “nostro” aveva quindi contattato carabinieri ed ASL, quella stessa ASL che avrebbe dovuto, nei mesi, controllare e accorgersi di quel che stava accadendo. E che invece nulla aveva visto.
La stalla venne posta sotto sequestro amministrativo (si parla di reati ambientali, ma non di maltrattamento animale), e con essa gli animali superstiti. Tra questi, un gruppetto di otto mucche, appunto prive di marche o con marche appartenenti a mucche già morte.
In base alla legge, essendo gli animali non tracciabili (quindi di provenienza non verificabile e perciò probabili veicoli di zoonosi pericolose per la salute umana – come ad esempio la BSE), venne per esse emesso verdetto di immediato abbattimento con distruzione dei corpi.
Per due mesi abbiamo trattato con la ASL, con il magistrato e con l’allevatore affinché le mucche avessero salva la vita e venissero cedute a noi, senza ovviamente alcun compenso economico. Ci siamo riusciti ma nel frattempo, si era a metà agosto, veniamo informati che due mucche sono finite “a terra”, essendo il loro corpo troppo sfruttato e debilitato, e che una delle due è morta.
Riusciamo ad ottenere il permesso di entrare nella stalla. Era il 21 agosto, fuori l’aria era calda, la luce accecante. Quando sono entrata mi sono venuti i brividi. Nella penombra ho individuato Tina: uno scheletro. Se ne stava lì, sulla terra battuta, tra le sue feci. Le ossa sembravano bucare la sua povera pelle. Dietro di lei stava una vitellina piccola e magra, figlia di una delle otto mucche. Come tutti i SLEPPATA (Copy)figli di mucche da latte era stata separata dalla propria madre e nutrita a succedanei. Se ne stava lì, gli occhi grandi e tristi, a guardare Tina morire lentamente. Si trattava di animali sequestrati, considerati talmente pericolosi per l’uomo da essere in origine destinati ad essere abbattuti e inceneriti. Eppure mai, nei due mesi trascorsi, un veterinario si era degnato di controllare la loro condizione, o assicurarsi che non venissero munte e il loro latte venduto.
Da quel giorno abbiamo organizzato turni di volontari per portare cibo alla stalla. Per Tina però siamo arrivati troppo tardi: è morta due giorni dopo, nell’indifferenza dei suoi proprietari ma anche di coloro che avrebbero dovuto garantirle un minimo di “benessere”. Stessa fine, probabilmente, avrebbero fatto anche se sue compagne, se non fossimo intervenuti noi. Invece per loro, il 30 settembre, si sono aperte le porte dell’allevamento ed è iniziata una nuova vita.
(Di Tina si parla qui: http://www.animaliliberi.org/site/otto-mucche-da-salvare-2/ e sul sito si trova tutta la storia di queste mucche, e anche di altri casi di sequestro di cui ci siamo occupati).
Quando vado a trovare le mucche libere, o le guardo nei filmati e nelle foto bearsi dei prati e del sole, non posso non pensare a Tina, alla sua tragica fine, agli occhi tristi di quella vitellina alle sue spalle, al fatto che questo accade quotidianamente, ovunque.
Per noi è importantissimo che la Rete cresca, ed è importantissimo avere il sostegno di associazioni ed attivisti. Siamo fermamente convinti che i santuari debbano essere al centro del movimento di liberazione animale. Proprio per il loro fondamentale ruolo di incontro, conoscenza ed informazione. Diffondere il nostro sito (www.animaliliberi.org), le nostre attività, invitarci ad eventi e festival, organizzare benefit e serate di presentazione. Tutto questo è di importanza basilare. Quindi grazie per la possibilità dataci di parlare di noi sul vostro magazine.»

Ciò che emerge dalle parole di chi ogni giorno vive questa realtà è davvero un forte entusiasmo, ma soprattutto la voglia di perseguire un progetto importante, che davvero possa in qualche modo cambiare le condizioni di vita di questi animali.
La storia della mucca Tina (che a me personalmente ha commosso in maniera particolare) è emblematica di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, anche se si fa di tutto per non vedere. Un grazie di cuore alla Rete dei Santuari di Animali Liberi per quello che fa, ma soprattutto per come lo fa.
E voglio concludere con un pensiero del filosofo Leonardo Caffo, che nel suo libro “Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole” afferma: «ogni specie […] è un enorme contenitore di vite in grado di stupire per l’immensa gamma di qualità uniche che caratterizza ogni singola specie rispetto alle altre». Ecco: imparare a riconoscere la diversità, a non temerla, ma a rispettarla, questo è il vero punto di svolta che l’uomo è oggi chiamato a compiere.

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