Il Castello di Gioia del Colle


IMG_9281RScrigno di storia, natura, arte e archeologia, il Castello si erge austero nel centro storico di Gioia del Colle, avvolto in un manto di bugne, indizio dell’originaria funzione di roccaforte normanna. La sua maestosità è appena soffocata da palazzi signorili, che gli si addossarono a fine ‘800, sottraendogli il vasto giardino, ma le due torri superstiti, la “De’ Rossi”, a Sud-Ovest, e l’“Imperatrice”, a Sud-Est, ancora svettano dall’alto dei loro 28 e 24 metri, visibili da alcuni scorci del centro storico e dalla periferia della città.
La raffinata bicromia, effetto del sapiente accostamento di materiali edili cavati in loco, ne ammorbidisce l’aspetto: la candida pietra calcarea, più solida, costituisce il basamento dell’edificio e corre lungo gli spigoli delle torri e negli stipiti di porte e finestre; nell’elevato, il più leggero e poroso tufo carparo conchiglifero, tra il giallo e il rossiccio tendente al bruno, è in grado di assorbire senza cedimenti il calore di un eventuale incendio durante un assedio o le vibrazioni di un sisma.
Secondo una tradizione orale, quei blocchi di tufo furono asportati dal paramento esterno delle poderose mura di cinta della città peuceta di Monte Sannace, a 5 km da Gioia, disabitata nell’Alto Medioevo ad eccezione di una piccola area sull’acropoli, dove sono tombe del X-XI secolo e tracce di un edificio non ben definibile.
Numerose finestre ingentiliscono il Castello. Aggiunte nel corso dei secoli con il graduale passaggio dalla funzione militare a quella residenziale, fino al restauro ricostruttivo del 1907, sono varie per forme e dimensioni: feritoie strombate con sedili laterali in pietra; monofore a coronamento liscio, cuspidato o a mitra, ad archivolto lunato con bugnato a raggiera; oculi e rosoni a motivi stellari e floreali; bifora e trifora ogivali ad archetti trilobati, con quadrilobo, di gusto tra l’arabo e il gotico veneziano, ed ancora bifore architravate d’epoca angioina e semplici finestrelle rettangolari.
Due piombatoi, per lo scarico di pietrame, calce viva, olio o pece bollenti sugli assalitori, ne tradiscono la destinazione militare: uno sul portale dell’ingresso carraio, l’altro sulla pusterla di servizio del lato sud, da cui si può immaginare che in tempo di pace transitassero il singolo cavaliere col cavallo a briglia sciolta o i servitori. Quei caditoi, quasi completamente ricostruiti, su tracce ben visibili, nei restauri d’inizio ‘900, furono qui impiantati, sull’esempio dei castelli crociati in Terrasanta, durante i lavori di potenziamento del castrum, presumibilmente intorno al 1229-1230, al ritorno di Federico II dalla sua crociata.

tronoChi lo ha costruito
Nonostante una tradizione cinquecentesca, viva ancor oggi e basata sui racconti di dotti viaggiatori impressionati dall’estensione della silva regia che avvolgeva l’abitato, non fu Federico II a erigere il Castello, né a destinarlo a residenza di caccia. Tracce di quell’area boschiva si conservano ancora nelle formelle a bassorilievo che ornano la balaustra della scala monumentale che dal cortile conduce alla Sala del Trono. Accanto alle decorazioni floreali e geometriche e ai leoni araldici che simboleggiano la regalità, vi sono raffigurati il cinghiale e forse il daino, ovvero la selvaggina del bosco, e un cavaliere con tanto di falco sul polso, preceduto da un arciere: un’allusione ad una generica scena di caccia o una rappresentazione dell’Imperatore svevo, che della caccia con il falco era appassionato ed esperto?
Dal Codice Diplomatico Barese risulta comunque che già nell’anno 1111 il Giustiziere regio normanno Riccardo d’Altavilla detto il Siniscalco, nipote di Roberto il Guiscardo, aveva donato questo Castello, con tutte le terre intorno, alla Chiesa di S. Nicola di Bari definendolo: “castellum nostrum Ioe, quod … nostro labore et dispendio edificavimus”. A meno che tale documento non si consideri falso, l’enfasi nel tono del Siniscalco lascia intendere una radicale opera di ristrutturazione e ampliamento di un piccolo fortilizio preesistente, posto a difesa dell’abitato e della strada, particolarmente utile per il feudatario normanno, in quanto era ubicato al confine del suo dominio, che comprendeva Massafra, Mottola, Castellaneta, Gioia, Putignano, oltre a territori in Basilicata e nel Salernitano.
Numerosi dettagli architettonici sembrano infatti confermare l’esistenza del Castello di Gioia in epoca normanna. Indagini eseguite tra il 1969 e il 1974 dall’ing. Raffaele De Vita, finalizzate al consolidamento ed alla fruibilità del monumento, portarono anzi all’individuazione di almeno tre opere murarie, corrispondenti ad altrettante fasi di costruzione, convenzionalmente indicate come bizantina, normanna e sveva.
Il profondo androne di gusto arabeggiante, articolato in due campate da un arco ogivale sostenuto da due semicolonne con capitelli a crochets e orlato da una deliziosa dentellatura a punta di diamante di attribuzione federiciana, non è in asse con la preesistente facciata (normanna, appunto), a cui si appoggia. Normanne sarebbero le cortine murarie esterne e la torre nell’angolo S.O., la più alta, poi detta “De’ Rossi” dal nome di una famiglia fiorentina qui stabilitasi alla corte di Federico, come pure le due torri negli angoli del lato Nord, parzialmente crollate a causa dei terremoti del 1632, 1638 e 1786. In particolare i resti di quella di N.E., ancora visibili un secolo fa, sono definitivamente scomparsi in seguito agli interventi di restauro. Sono tutte strutture realizzate in opera poligonale, a blocchi di tufo squadrati, con dimensioni uniformi e bugnato poco rilevato.
Simile, ma con bugnato aggettante a bauletto, è la federiciana “Torre Imperatrice”, così denominata da una truce leggenda ambientata nel suo sotterraneo, adibito a prigione.

seniLa leggenda di Bianca Lancia
Raccontava nei primi decenni del ‘700 padre Bonaventura da Lama, riprendendo la viva voce popolare: “… è fama che qui Federico avesse tenuta carcerata per capriccio di gelosia la moglie, gravida – diceva – di un paggio, ed avendo partorito dentro il carcere un figlio, qual portava sopra di sé un segno del padre, si troncò da se medesima le mammelle, ed insieme col parto le inviò al suo marito, perlocchè passò all’altra vita”. Il cronista francescano sosteneva anche d’aver trovato la sua tomba nella vicina Chiesa Madre: “ … ed attualmente si vede nella Chiesa il Deposito, sopra di cui vi è una dama scolpita con un figliolo nelle fasce, e nel frontespizio uno scudo con l’aquila”, soggiungendo che “oggi questa prigione viene proibita dal Reggio, perdendo chi vi entra ogni speranza di vita”.
Quella chiesa fu poi demolita e ricostruita dalle fondamenta, tra il 1764 e il 1893, conservando ben poco degli antichi arredi; di quel sarcofago si sono perse le tracce.
Quanto all’identità dell’illustre prigioniera, l’abate Francesco Paolo Losapio nel suo Quadro istorico-poetico sulle vicende di Gioia in Bari del 1834 riteneva che, avendo avuto le tre mogli di Federico “tutte un fin decente”, ad essere rinchiusa nella prigione fosse una concubina, “la madre di Enzio o di Manfredo”. Lo stesso restauratore del Castello, l’architetto Angelo Pantaleo, diede credito a quest’ultima interpretazione, arricchendola di particolari. La reclusa sarebbe stata la nobile piemontese Bianca Lancia, dei Conti di Loreto (stando alle cronache medievali, l’unica donna veramente amata da Federico II, dal quale ebbe tre figli: Costanza, Manfredi e, secondo alcuni, Violante). Nella prigione di questo Castello ella avrebbe partorito Manfredi, il cui neo sulla spalla sinistra, identico a quello del padre, avrebbe provato l’innocenza di lei, falsamente accusata di adulterio. Amputatasi i seni dopo il parto, li avrebbe fatti pervenire su un vassoio al Re, insieme al neonato; le due sculture tondeggianti tuttora visibili su un blocco di pietra nella prigione ricorderebbero l’infausto gesto, oltre ad una tomba vuota non più rintracciabile.
Per quale motivo il celebre e tanto contestato architetto avrebbe divulgato tale versione? Per dare lustro al Castello, da lui appena restaurato, generosamente a spese dell’ultimo proprietario, l’illuminato marchese Orazio de Luca Resta di Noci? Oppure perché elementi in suo possesso lo orientavano a credere alla veridicità della leggenda? Sappiamo che Pantaleo condusse i restauri consultando documenti e raccogliendo tradizioni orali. Le cronache medievali non ci soccorrono, se non nell’informarci che Federico II trovò la sua amata Bianca molto sofferente in un castello di Puglia e, per realizzare il suo desiderio di vedere riconosciuti i tre figli, frutto della loro relazione ventennale, la sposò sul letto di morte, facendone per pochi giorni o per poche ore un’Imperatrice. Ignota la causa di morte di lei, incerta la data (per alcune fonti, l’anno 1246, con Manfredi già adolescente). Quanto alla nascita di Manfredi, se ne conosciamo con sufficiente certezza l’anno (il 1232 in quanto, diciottenne, fu l’unico tra i figli al capezzale del pluriscomunicato Federico morente, la notte del 13 dicembre 1250), è dubbio che il luogo fosse Gioia; per alcuni studiosi sono più verosimili Venosa o Melfi, dove in quegli anni Federico II aveva emanato le sue Costituzioni.
(continua)

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