C’era una volta in Adelfia una villa romana…


adelfia dall'alto (Copy)Raccontiamo oggi una vicenda che, se non fosse assurdamente vera, sembrerebbe solo una storia, di quelle che si raccontano fra amici per sorprendere e meravigliare, o che nelle lunghe sere d’inverno i nostri vecchi raccontavano intorno al fuoco, riferite ad un imprecisato ed improbabile periodo senza tempo di cui si è persa memoria.
In un certo senso questa vicenda riguarda proprio la memoria, il ricordo che qualunque comunità dovrebbe avere di se stessa, per mantenere viva la propria storia e le proprie radici, per analizzare il passato, imparare dai propri errori, per restare vivi attraverso il tempo.
Purtroppo oggi questi concetti valgono sempre meno: ci si lascia il passato alle spalle come se non fosse mai esistito, per guardare avanti, in nome di un malinteso progresso che non tiene conto di quello che eravamo, e di come abbiamo fatto a diventare quello che siamo. Questi interessi si lasciano a pochi isolati appassionati, spesso inascoltati, talvolta considerati fuori dal mondo solo perché non credono che il benessere di una comunità passi esclusivamente attraverso l’impresa, a scapito della cultura e dei beni ad essa connessi, a detrimento del territorio e della sua storia.
Questa è la vicenda.
La contrada “Tesoro” di Adelfia è da sempre conosciuta per i reperti archeologici venuti alla luce nel corso degli anni, fin dalla metà dell’ottocento, quanto un certo avv. Giuseppe Rubini aveva rinvenuto in un suo terreno diverse tombe peucete riferibili al V-IV sec. a.C., che contenevano vasi, oggetti di bronzo e suppellettili.
Naturalmente si tratta di un’oasi felice per i tombaroli, che spesso e volentieri vi recuperano interessanti reperti avviandoli verso le più diverse destinazioni.
I saccheggi in quell’area hanno anche precedenti illustri: tra il 1821 e il 1826 il barone Franz von Koller, Intendente generale dell’esercito austriaco di presidio a Napoli, svolse una campagna di scavi nell’area dell’antica Caelia, al cui territorio apparteneva la contrada “Tesoro”. Ne trasse una serie di magnifici vasi risalenti ad un’epoca compresa fra il 375 e il 310 a.C., che fece restaurare presso il Reale Museo Borbonico di Napoli.
Alla morte del barone i vasi furono venduti al museo di Berlino, l’attuale Staatliche Museen, che ne è tuttora in possesso. Per la cronaca, dallo scorso novembre sono in mostra presso la Villa Getty a Pacific Palisades, in California, dove rimarranno fino a maggio 2015.
Quando, durante lavori agricoli in un terreno della contrada “Tesoro”, emergono i resti di una costruzione romana, nessuno si sorprende più di tanto. E’ il 1996; della scoperta viene informata la Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e si iniziano i lavori di scavo.
La sorpresa nasce quando gli scavi portano alla luce i resti di una serie di costruzioni, fra le quali un vero e proprio edificio termale, composto da una piscina, con relative canalizzazioni di deflusso, accanto alla quale sono disposti tre ambienti affiancati; due di questi probabilmente corrispondono al calidarium e al tepidarium, caratterizzati dalle suspensure, caratteristici pilastrini che ne rialzavano il pavimento. Il ritrovamento di alcune tessere di mosaico dimostra inequivocabilmente che la pavimentazione di questi ambienti era musiva, mentre le strutture murarie erano rivestite di marmo policromo, frammenti del quale si rinvengono negli strati superficiali dello scavo.
Attigui alla piscina (la natatio), tre ambienti di piccole dimensioni appartengono alla pars rustica del complesso; vi si rinvengono, infatti, un piccolo focolare e alcune strutture annerite dal fuoco, che fanno pensare a vani adibiti ad attività produttive.
Non ci sono dubbi: la presenza di un edificio termale, per di più decorato con mosaici e ricco di marmi policromi, fa pensare ad una sontuosa villa romana il cui proprietario apparteneva sicuramente ad una elevata condizione economica e sociale. Il rinvenimento negli scavi di un denario d’argento con l’effige di Vibia Sabina, moglie dell’imperatore 67388_10205298270206628_2119956728127960596_n (Copy)Traiano, coniato fra il 128 e il 136 d.C., fa risalire la villa a un periodo compreso fra l’epoca tardo-repubblicana e il II secolo d.C..
La scoperta è clamorosa: non solo una costruzione del genere non ha uguali in tutta la Puglia, ma contribuisce a delineare un pezzo di storia del territorio di cui si conosce molto poco e che investe il periodo della colonizzazione romana, quando una potente colonia appartenente alla gens Claudia si insediò nel territorio di Caelia, a cui apparteneva la contrada “Tesoro”.
La villa verosimilmente costituiva l’epicentro economico di un grande insediamento abitativo; lo dimostrerebbe la presenza di una necropoli rurale, testimoniata dal rinvenimento di un’iscrizione funeraria della seconda metà del II secolo d.C., e un colombario di età romana rinvenuto nel 1966 nell’abitato di Adelfia, in via Conella, a circa 1300 metri in linea d’aria dalla villa.
I lavori di scavo proseguono per un po’ di tempo, poi all’improvviso accade l’inverosimile: finiscono i soldi e le indagini s’interrompono, nonostante il corpo vero e proprio della villa sia ancora tutto da scoprire e nonostante il terreno di contrada “Tesoro” riservi ancora chissà quali e quante sorprese. Per non lasciarli in preda dell’attività dei tombaroli, dato che la mancanza di fondi non permette neanche la spesa per la vigilanza, gli scavi vengono occultati con una copertura di mattoni e cemento, piuttosto approssimativa, visto che col tempo addirittura collassa in alcuni punti.
Sostanzialmente ci si mette una pietra sopra e della villa romana, pur definita “di eccezionale interesse” dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, si perde memoria. Ci si dimentica perfino del colombario di via Conella: attualmente non è più visibile, se ne sono perse le tracce, forse inghiottite dalla foga edilizia o dall’incuria e dalla memoria labile dei cittadini. Se non ne esistessero le foto potrebbe anch’esso entrare a far parte delle storie raccontate dai nostri vecchi intorno al fuoco nelle lunghe sere vasi (Copy)d’inverno.
Nel frattempo, nel 1998, il Comune di Adelfia adotta il suo Piano Regolatore, che prevede nella zona un’area di espansione edilizia. Certo la villa di contrada “Tesoro” è sotto vincolo della Soprintendenza, ma ora come ora la villa è interrata, non la si vede più, e siccome lontano dagli occhi lontano dal cuore, la memoria labile può sempre agevolare appetiti e suggerire scorciatoie.
Ma a pensar male si fa peccato e noi all’anima nostra ci teniamo; ci piace perciò sottolineare che non sempre la memoria degli uomini si affievolisce. E così, per la pervicace volontà dell’avvocato adelfiese Vito Nicassio, appassionato studioso della sua città e delle sue radici storiche, nasce il Comitato Villa Romana di contrada “Tesoro”, con lo scopo di riportare alla luce la villa “affinché venga fruita come patrimonio della nostra storia e della nostra memoria”.
L’iniziativa è stata salutata con molto entusiasmo da parte dei cittadini di Adelfia e non solo. Il Comitato ha anche costituito un proprio gruppo su FaceBook, al quale aderiscono numerosi personaggi della politica e della cultura, compreso l’avv. Vito Antonacci, Sindaco di Adelfia.
Una volta esumata la villa, magari utilizzando fondi comunitari, potrebbe realizzarsi nella zona un itinerario archeologico in grado di sollecitare l’attenzione sul territorio, di attirare interessi imprenditoriali turistico-culturali e di costituire un centro di sviluppo economico per la comunità adelfiese. “Purtroppo – dice l’avv. Nicassio – la logica soccombe quando la storia e l’archeologia ostacolano l’espansione edilizia e gli interessi che gravitano intorno ad essa”; si tratta ora di dimostrare che questo teorema non è necessariamente vero.

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