C’era una volta un pittore mugnaio


innocente-salvini-mostra-maccagno-467903-610x431-copySul confine tra Cocquio Trevisago e Gemonio, fuori Varese, sorge un piccolo mulino adagiato sulla riva del torrente Viganella e incastonato nell’uggioso bosco lombardo. Il periodo più suggestivo per visitarlo è ottobre, quando la nebbia spegne i raggi di luce e l’autunno pennella con colori ramati le chiome degli alberi. In questo luogo, di proprietà della famiglia Salvini da generazioni, il pittore Innocente Salvini abitò e lavorò per tutta la vita. Ad aprire le porte del mulino sono i nipoti del defunto pittore, sempre pronti ad accompagnare i visitatori tra le stanze adibite a mostra, raccontando preziosi aneddoti sulla vita quotidiana dell’artista. Il posto conserva ancor oggi la propria autenticità poiché le macine, le pulegge, gli elevatori e i meccanismi automatizzati, progettati dallo stesso artista per velocizzare la lavorazione e il trasporto del grano e avere più tempo da dedicare alla pittura, sono tutt’ora perfettamente funzionanti.
Sulle mura esterne del cortile, alcuni affreschi testimoniano l’attività pittorica, frammenti di vita rurale lombarda d’inizio novecento. Un dipinto raffigura la famiglia Salvini raccolta attorno a una tavola imbandita, immortalati nel momento del taglio della polenta.
Sebbene alcuni studiosi abbiano definito la sua tecnica “primitiva”, Innocente non era affatto un autodidatta sprovveduto. Frequentò alcuni corsi all’Accademia di Brera e anche se trascorse gran parte della sua esistenza al mulino di Cocquio, lontano dalla modernità, si recava spesso a visitare le mostre o si faceva recapitare il materiale da amici artisti, per tenersi sempre aggiornato. Sicuramente, la ragione per cui non lasciò mai Cocquio, e che gli causò per lungo tempo scarsa considerazione nel mondo culturale dell’epoca, fu il suo carattere introverso e schivo, che contribuì ad estraniarlo dalla mondanità negli anni più importanti della sua produzione pittorica. Per molto tempo i suoi quadri vennero rifiutati dai galleristi e respinti dalle principali mostre internazionali; dopo ogni delusione si dice che Innocente scappasse a rifugiarsi nel vicino bosco per isolarsi e ritrovare la pace. Iniziò ad essere apprezzato e richiesto soltanto con lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando era già cinquantenne, su incoraggiamento di alcuni intellettuali che, per sfuggire ai bombardamenti su Milano, si trasferirono nel varesotto e vennero in contatto con il pittore di Cocquio, diffondendo poi le sue doti nei salotti.
L’arte di Salvini viene definita “espressionismo en plein air”, dove “espressionismo “ sta per esasperazione dell’emotività, riscontrabile nelle sue opere, mentre “en plein air” vuole essere un richiamo agli impressionisti, poiché come loro dipingeva all’aria aperta. Il suo universo pittorico è caratterizzato dalla ripetizione degli stessi soggetti, la madre, il fratello, gli animali della fattoria, la chiesa di S. Gemonio, i paesaggi lombardi, dipinti con una tavola cromatica essenziale nella quale s’impongono mulino-salvini-copyi colori primari (giallo, rosso e verde) e un uso moderato di colori complementari. Le sue tele sono dunque popolate da volti famigliari e scorci di paesaggi rurali, testimoni di una civiltà lombarda ormai scomparsa. Innocente non si sposò mai e la sua grande compagna di vita fu la madre, alla quale era particolarmente legato, è lei, infatti, il soggetto di molte tele e quando morì il pittore fu così turbato da non riuscire più a toccare i pennelli per diverso tempo.

La ripetitività dei soggetti non rende la sua arte spoglia o elementare, infatti ogni linea, proprio perché intimamente conosciuta e analizzata, si carica di forte espressività resa dall’incontro tra luce e colori.
Oggi, per salvaguardare e diffondere la sua memoria i famigliari hanno allestito il Museo Innocente Salvini, una mostra permanente nelle suggestive stanze del vecchio Mulino di Cocquio. Altre opere, invece, sono esposte nella collezione del Museo di arte contemporanea del Vaticano.
C’era una volta Innocente Salvini, pittore riservato e talentuoso, a lungo dimenticato nel suo mulino di provincia, grande artista della calda quotidianità famigliare e poeta del lavoro nei campi.

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