D’ANNUNZIO: una vita straordinaria



olycom - gabriele dannunzio - GABRIELE D'ANNUNZIO, POETA, DRAMMATURGO E POLITICO, RITRATTO DA OLINTO CIPOLLONE AI TEMPI DEL "PIACERE", SEDUTO, LEGGERE, ROMANZO, SCRITTORE, PA, FINE 800, 1800, ITALIA, B/N

Se mai un personaggio fu discusso, se mai fu amato e detestato, se mai fu esaltato e denigrato, se mai suscitò i sentimenti più opposti e contrastanti provando sulla sua pelle e sulla sua fama tutto e il contrario di tutto, questi è senz’altro Gabriele d’Annunzio.
Un solo sentimento gli è stato risparmiato, l’indifferenza, fenomeno del resto comprensibile se consideriamo la fama mondiale e la statura poliedrica e complessa del protagonista. Noi intendiamo con queste righe far parlare il Poeta in prima persona partendo da un nostro fermo convincimento, cioè che l’intera opera di d’Annunzio, o gran parte di essa, è in realtà una gigantesca autobiografia che replica le svariate esperienze letterarie, filosofiche, ideologiche, poetiche, politiche, belliche, erotiche, sentimentali, nostalgiche, che arricchirono la vita straordinaria ed inimitabile di Gabriele.
E inimitabile e straordinaria doveva essere tale vita, secondo i dettami del Decadentismo più audace, esaltato ed esaltante, per dovere essa vita snodarsi a simiglianza di opera d’arte, simbiosi strettissima e indissolubile tra azione e letteratura, presente sempre al punto da permeare, condizionare e segnare ogni agire. Tralasciando le esperienze giovanili, ancora confuse e contraddittorie, ma già rivelatrici di un’innata e non comune capacità di elaborazione linguistica e di un istintivo trasporto alla sensualità ed alla musicalità, la svolta nella vita di Gabriele si può datare con sicurezza perché coincidente con la lettura di Nietzsche che lo impegna per circa un biennio intorno al 1887.
L’incontro con il grande filosofo tedesco non è per d’Annunzio la scoperta di una filosofia, ma il trovare tutte le sue idee e le sue intuizioni ordinate ed approfondite: il “poeta della vita” ha incontrato il “filosofo della vita”. “Zarathustra” lo sconvolge con l’immediatezza poetica e profonda – “sono stato nietzschiano prima di leggere Nietzsche” affermerà più tardi – e subito nasce il primo romanzo (Il Piacere) che gli darà la celebrità tanto agognata. Andrea Sperelli è un personaggio simbolo, ammirato e imitato come un divo dal grande pubblico.
La lettura prosegue con “Umano, troppo umano” e il cammino per l’avvento dell’Ubermensch, oltre l’uomo, si presenta arduo, incerto, irto di ostacoli. La “grande separazione”, per lo “spirito libero”, obbliga a ripensamenti e a scelte.
“Quali lacci sono quasi impossibili da spezzare? Per gli uomini di specie alta ed eletta saranno i doveri: quel rispetto che è proprio della gioventù, quella soggezione e delicatezza di fronte a tutto ciò che è degno e venerato dall’antichità, quella riconoscenza per il suolo sul quale crebbero, per la mano che li guidò, per il santuario dove impararono a pregare….
gardaqua-net (Copy)Un subitaneo orrore e sospetto verso ciò che si amava, un lampo di disprezzo verso ciò che significava dovere, là dove fin ora si era pregato e amato, un rossore di vergogna per quanto fatto, un ebbro, profondo, esaltante brivido che rivela una vittoria.
Una vittoria su chi? Su che?
Una vittoria enigmatica, problematica, comunque la prima vittoria” (prefazione di “Umano, troppo umano”).
Gabriele ha appena conosciuto Elvira Fraternali Leoni, reduce da un matrimonio infelice: di lei s’innamora, la ribattezza Barbara o Barbarella e si trova in sua compagnia a Venezia (Hotel Danieli) quando nasce il terzogenito Veniero.
Se abbiamo detto che tutta l’opera di d’Annunzio è autobiografica, egli ora si accinge a comporre il più autobiografico dei suoi romanzi, “L’invincibile”, che sarà pubblicato dapprima a puntate su “La Tribuna Illustrata”, infine, nel 1894, con il titolo definitivo, “Il trionfo della morte”.
Le parole di Nietzsche risultano profetiche ed il romanzo presenta una perfetta narrazione del cammino verso la “ grande separazione”, ma anche verso l’ignoto e l’indefinito, forse verso un ostacolo che tarpa le ali al grande volo, come accaduto ad Icaro.
Gabriele e Barbara divengono Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio, la vicenda e il loro amore assurgono a grandezza letteraria in un continuo mescolarsi di ricordi e nostalgie, in un susseguirsi di attrazione e repulsione nei confronti di una “tradizione” di cui il protagonista fatica a liberarsi.
La grande separazione vagheggiata da Nietzsche appare più complessa e impraticabile di quanto si fosse potuto immaginare con realistico pessimismo, e l’imprevisto sempre presente ci ricorda la storia di Raskolnikov, il protagonista di “Delitto e castigo”.
Anche la lingua nel frattempo è divenuta più consapevole e matura, non mero orpello o semplicistico mezzo al servizio di contenuti, ma essa stessa strumento sensibile e coerente di superamento, occasione di polemica contro una mentalità livellatrice in basso, “massificatrice e filistea”.
Feroci e di un’attualità incredibile e imbarazzante, novella “Frusta letteraria” di barettiana memoria, sono le parole che il Poeta pronuncia nella dedica a Matilde Serao: “La massima parte dei nostri narratori e descrittori non adopera ai suoi bisogni se non poche centinaia di parole comuni, ignorando completamente la più viva e più schietta ricchezza del nostro idioma che qualcuno anche osa accusare di povertà e quasi di goffaggine. Il vocabolario adoperato dai più si compone di vocaboli incerti, inesatti, d’origine impura, trascoloriti, difformati dall’uso volgare che ha loro tolta o mutata la significazione primitiva, costringendoli ad esprimere cose diverse o opposte. E questi vocaboli vengono coordinati in periodi quasi sempre eguali, mal connessi fra loro, privi di ogni ritmo, che non hanno alcuna rispondenza col movimento ideale delle cose di cui vorrebbero dare un’immagine.
2_moglie (Copy)La nostra lingua, per contro, è la gioia e la forza dell’artefice laborioso che ne conosce e ne penetra e ne sviscera i tesori lentamente accumulati di secolo in secolo, smossi taluni e rinnovati di continuo, altri scoperti soltanto della prima scorza, altri per tutta la profondità occulti, pieni di meraviglie ancora ignote che daranno l’ebrezza all’estremo esploratore.”
E i ricordi di un’età passata, ma sempre presente, si affastellano e si confondono, taluni piacevoli e lieti, altri meno attraenti, a volte dolorosi, ma resi meno tristi e quasi omogeneizzati ai primi da una dolcificante lontananza. La terra natale non si eclissa mai con le sue tradizioni e le sue usanze: l’Abruzzo antico e magico, ricorrente nelle Novelle di San Pantaleone, della Pescara, del giovanile Terra Vergine, altrove nelle tragedie “La figlia di Iorio” e “La fiaccola sotto il moggio”, vive nei lampi dei suoi gioielli etnici ed esoterici.
“Portava agli orecchi due grevi cerchi d’oro e sul petto la Presentosa: una grande stella di filigrana con in mezzo due cuori”; “Una torque di grossi acini d’oro le cingeva per tre giri il collo; le pendevano dagli orecchi su le guance i larghi cerchi d’oro fioriti di filigrane”. Le pagine del “Trionfo della morte” ci fanno pensare ai costumi dell’Abruzzo ancestrale, ai dipinti del fraterno amico Francesco Paolo Michetti, alle donne di Scanno trasfigurate dall’arte in Mila di Codro o Gigliola.
Ma la memoria è ancorata anche al grande amore di Gabriele per il mare, all’Adriatico selvaggio osservato mille volte dall’Eremo, luogo di reale e ritirato soggiorno assurto a sito dello spirito, a dimora fantastica e letteraria, quasi un “palazzo di Atlante”, dal quale appare il “Trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e di travi, simile a un ragno colossale… composta di tronchi scortecciati, di assi e di gomene, che biancheggia singolarmente, simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano”. Poi le rimembranze del periodo romano, le eleganze di Via del Corso, Piazza di Spagna, dove soggiornerà Maria Harduin, privilegiata e sventurata consorte dell’iperfedifrago Ariel, la Roma dell’“Innocente”, di “Giovanni Episcopo”, delle “Elegie Romane”… ma soprattutto la dimora di via Borgognona, dove il non troppo sprovveduto giovine provinciale pescarese ebbe le sue prime esperienze erotiche e poetiche, l’adiacente Via Belsiana dove è sita la minuscola “cappella, segreta, immersa nella penombra turchiniccia… e un pio profumo di incenso svanito e di violette si mescolava alla musica di Sebastiano Bach…”
Qui è l’“Epifania dell’Amore”, l’incontro tra Giorgio – Gabriele ed Ippolita – Elvira.
È l’inizio di una passione travolgente, di una gelosia disperata e struggente, di un legame profondo e sofferente: il cammino dell’eros si snoda tra Roma, Albano, l’hotel Danieli di Venezia, San Vito Chietino, tra incontri e distacchi, slanci e ripensamenti. La “grande separazione”, sviluppatasi in ambito prettamente intellettuale e psicologico, è chiamata alla prova più ardua, quella del confronto o scontro con la realtà. La passione, gli affetti, la quotidianità sono pesi che frenano un cammino che non può essere solo intimo.
La casa natale di Guardia Grele, le angosce della madre, le vicende familiari intervengono a distrarre il protagonista dai suoi sogni e dalle sue aspirazioni e, nello stesso tempo, gli confermano quanto sia necessario l’iter intrapreso e quanto appaia sempre più insopportabile la struttura di quel mondo di cui sino ad allora aveva fatto parte. Le tormentose lamentele della pur amata madre lo spingono ad affrontare il genitore, volgare e concubino, nei confronti del quale si mescolano pietà per la sofferenza e l’abbandono a cui si è ridotto ed il disgusto per la sua carnalità istintiva, incosciente e degradante.
La condizione umana gli appare come uno stato d’ineluttabile perversione, d’impotente debolezza, di corruzione prima etica che fisica, tragica e ossessionante per i legami e le affinità ancora latenti in lui.
il_padre (Copy)Ma è al Santuario di Casalbordino che i residui dubbi di Giorgio subiscono l’ultimo e definitivo colpo. Tutte le superstizioni, tutte le credenze, tutte le deviazioni che hanno costellato la storia dell’umanità, sempre più allontanatasi dalle conquiste intellettuali e filosofiche del mondo classico alla ricerca di illusioni e di miti ricorrenti a dispetto di apparenti metamorfosi o di fantasiose attrattive, si concentrano nel raduno e nel convergere dei postulanti una grazia o un miracolo.
Non può non tornarci alla mente la descrizione della peste di Atene che conclude la magnifica e a tratti allietante opera del latino Lucrezio (De rerum natura). Ma la torma dei diseredati e dei miserabili che ci offre d’Annunzio ci appare molto più piagata degli appestati ateniesi perché questi, nella loro tragedia e nel loro morbo, sono semplicemente preda di un flagello fisico, privi di quel “vulnus” dello spirito che condiziona e umilia la dignità.
La peggiore “speranza” alberga nei cuori di questi ultimi, quella che Nietzsche indica come il più subdolo male del vaso di Pandora, in realtà mai imprigionato, ma diffusosi nel mondo a seminare fatalismo, rassegnazione, debolezza, aspettative fallaci e mortifere.
Torme di malati, di storpi, in una fantasmagorica dovizia in negativo, che certo non conosce pari in letteratura, spronate da parenti e crociferi che incitavano al cammino, incuranti delle sofferenze e della calura. A coronare il degrado, nugoli di venditori, di parassiti, di accattoni, attirati dalla possibilità di un insolito guadagno generato dalla disperazione e dalla solennità del momento. E in chiesa, come un contabile del banco dei pegni, fermo e puntuale il chierico esattore dell’immancabile offerta.
“Vedevano esse cadere gli ori, cadere nelle mani del prete impassibile; udivano poi tintinnare sul vassoio del chierico il metallo prezioso, acquistato con le fatiche assidue di più generazioni, custodito per anni ed anni nel forziere profondo, rimesso in luce ad ogni nuovo giorno di sponsali”.
Tutti appaiono, nella molteplicità delle piaghe, uniti da una fede superstiziosa e incrollabile in quella Madonna, superiore a tutte le altre madonne, e i cui poteri si accrescono con la vicinanza al tempio e al simulacro e la cui disponibilità all’intervento è aumentata non dalla tragica gravità del caso, ma dalla consistenza della “venal prece”.
Nell’insofferenza e nella saturazione del “grande ribrezzo”, rimanevano alte e chiare le parole di Nietzsche: “Dove respira la creatura umana a cui tutto il giorno dall’alba al tramonto è una festa consacrata da una conquista nuova? Dove vive il dominatore – il coronato dalla corona del riso, da quella corona di rose ridenti della quale parla Zarathustra – il dominatore forte e tirannico, franco dal giogo di ogni falsa moralità, sicuro nel sentimento della sua potenza, convinto che l’essenza della sua persona supera in valore tutti gli attributi accessorii, determinato ad elevarsi sopra il Bene e sopra il Male per la pura energia del suo volere, capace pur di costringere la vita a mantenergli le sue promesse?“
Questo inno alla volontà e alla vita non può non riportarci alla memoria le parole del filosofo Joseph Glanvill, citate da Edgar Allan Poe: “Là dentro c’è la volontà che non muore. Chi conosce i misteri della volontà e della sua energia? L’uomo non si arrende agli angeli, né completamente alla morte, se non per la debolezza della sua povera volontà”.
E nuovamente Nietzsche, incombente e poetico, invade la mente e tutto l’essere del protagonista: “quando il cuor vostro palpita nella maggior pienezza e sta per traboccare – simile al fiume, benedetto e temuto dagli abitanti dell’argine – ivi è la fonte della vostra virtù”.
Ma lì è Ippolita, l’amore totalizzante, insinuante e procace, sconvolgente ed irresistibile, desiderata e temuta. “Con una inconcepibile intensità egli ormai nella persona di Ippolita vedeva soltanto l’immagine astratta del sesso; vedeva soltanto l’essere inferiore, privo di ogni spiritualità, semplice strumento di piacere e di lascivia, strumento di ruina e di morte… ma da ogni atto, da ogni gesto, da ogni moto, da ogni voce di lei emanava un potere ineluttabile… pareva che si fosse stabilita tra lui e la donna una specie di attinenza corporea, una specie di dipendenza organica, per cui anche al minimo gesto di lei corrispondesse in lui una mutazione sensuale, involontaria, ed egli ormai non fosse madre (Copy)più atto a vivere e a sentire indipendentemente.”
Cosa resta della figura spirituale ed elevante che lo aveva colpito nella cappelletta di Via Belsiana?
Cosa rimane dei suoi sogni e delle sue aspirazioni?
Cosa in realtà egli fa in fondo di diverso dal tanto carnale, volgare e aborrito padre?
La stessa fascinazione che aveva portato Giorgio a immagini letterarie nel trasfigurante mondo ellenico e nel mito, che gli appaiono meri ectoplasmi.
“Ella aveva disciolti i suoi capelli perché si asciugassero; e le ciocche ammassate dall’umidità le cadevano sugli omeri, così cupe che sembravano quasi di viola”, immagine che non può non riportarci alla mente i meravigliosi frammenti pervenutici di Alceo (Oh, coronata di viole, divina, dolce, ridente Saffo), perennemente innamorato della musa di Mitilene, o di Archiloco (… la chioma le ombreggiava gli omeri ed il seno…) che descrive probabilmente la sorella minore dell’amata Neobule.
Ma la poesia svanisce presto, sostituita dalla prosa più greve.
“Ella era divenuta così esperta, così certa dei suoi effetti… poneva talora nell’offrirsi una frenesia così violenta che Giorgio non seppe più evocare dalle sembianze di lei l’esangue creatura ferita e fasciata, sommessa a tutte le più temerarie carezze con uno smarrimento profondo, ignara, sbigottita, da cui egli aveva avuto quell’acre e divino spettacolo che è l’agonia del pudore sopraffatto dalla passione soverchiatrice”.
Il potere della donna è totalizzante e annulla la volontà di Giorgio: “Che mi fa la tua perspicacia? Io posso in un attimo ritessere il velo che tu hai lacerato; posso in un attimo rifasciarti della benda che tu hai tolta.
Sono più forte del tuo pensiero. Io so i gesti e le parole che hanno la virtù di trasfigurarmi in te medesimo.
L’odore della mia pelle può dissolvere in te un mondo”.
Come è possibile essere se stesso se l’io è occupato o condizionato da un estraneo?
Perché appare così remoto il cammino indicato da Nietzsche?
Per Giorgio ci sarà mai il “grande meriggio”?
Come dimenticare ciò che affermava Zarathustra: “Non è meglio finire nelle mani di un assassino che nei sogni di una donna in calore?… molti che volevano soltanto scacciare da sé il diavolo si sono invece cacciati da se stessi nella pelle del maiale.”
“Il promontorio colava a picco su la deserta scogliera nerastra…. ed egli le si appressò con le mani tese.
Rapidamente l’afferrò per i polsi, la trascinò per un piccolo tratto; poi la strinse tra le braccia, con un balzo, tentando di piegarla verso l’abisso… Fu una lotta breve e feroce come tra nemici implacabili che avessero covato fino a quell’ora un odio supremo.
E precipitarono nella morte avvinti”

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