Genova e la sua storia: Porta Soprana


0acb6af741c98b73dca815943885dfca (Copy)Vico drito Pontexello t’è sempre stæta a megio vìa” (Vicolo dritto di Ponticello sei sempre stata la migliore via), così inizia una canzone de I Trilli, duo che ha fatto la storia della canzone popolare genovese.
Vicolo dritto di Ponticello è un breve tratto di strada di Genova, un’area ristretta che comprende Porta Soprana, con le Torri di Sant’Andrea, il Chiostro dell’ex Monastero di Sant’Andrea e la Casa di Colombo.
Ma procediamo con ordine.

Porta Soprana
e le Torri di Sant’Andrea
Porta Soprana, detta anche Porta di Sant’Andrea, fu una delle porte d’ingresso in Genova fin dall’epoca della seconda cinta muraria, databile tra il IX e il X secolo, ed è considerata uno dei simboli del capoluogo ligure.
Nel medioevo fu il principale varco d’accesso alla città da est, oggi è una delle porte che introducono il turista nella città vecchia.
Costruita in pietra del capoluogo ligure, rappresenta un tipico esempio di architettura medioevale. La sua posizione è in cima al “Piano di Sant’Andrea” che si trova (o meglio ancora, che si trovava) vicino al colle che portava lo stesso nome e che è stato spianato agli inizi del Novecento.
Il nome deriva dalla modifica del termine “Superana” proprio perché si trattava di una porta rialzata rispetto al piano cittadino.
Dal XIV secolo la porta fu “inghiottita” dallo sviluppo edilizio del nascente quartiere di Ponticello.
Sopra l’arco di entrata tra le due torri fu costruita una casa a un piano, poi ampliata nell’Ottocento, dove abitò il figlio di Samson, il boia che aveva ghigliottinato Luigi XVI e Maria Antonietta durante la rivoluzione francese. Boia anch’egli, non doveva allontanarsi troppo da casa per recarsi sul posto di lavoro dato che, almeno fino al 1797, il patibolo veniva allestito in prossimità di Porta Soprana; e c’era anche l’usanza di appendere nell’arco della Porta, racchiuse in gabbie di ferro, le teste di coloro che erano stati giustiziati.
La costruzione che oggi si può ammirare è frutto dei massicci restauri realizzati intorno al 1890 sotto la direzione di Alfredo d’Andrade, direttore della Sovrintendenza di Belle Arti, e riproduce l’aspetto che la porta aveva durante la realizzazione della terza cinta muraria, ovvero le “Mura del Barbarossa” (1155-1159), costruite in brevissimo tempo nel timore di un attacco di Federico Barbarossa. Oggi si può ancora percorrere un breve tratto del camminamento.
La porta è affiancata da due torri, coronate da archetti e merlature, e nella parte interna presenta due finestroni ad arco sovrapposti. Nell’Ottocento le due torri furono destinate a prigione, insieme al vicino convento di Sant’Andrea.
L’arco a sesto acuto è il primo esempio di architettura gotica in città ed è decorato da colonne con capitelli neocorinzi con bassorilievi rappresentanti aquile e foglie d’acqua.
La porta, larga cinque metri e alta nove metri e mezzo, veniva chiusa con due ante di legno che giravano su cardini di ferro; un grosso anello è ancora infisso della pietra e tuttora visibile. Due lapidi in latino sono commemorative di questa costruzione. Entrando, nella porta di destra, si leggono i nomi dei personaggi che hanno sovrainteso alla costruzione mentre la lapide di sinistra magnifica la potenza della città.
Intorno al 1890 furono ripristinati la torre settentrionale e l’arco, mentre le sculture dei capitelli furono integrate con aquile di stile romanico pisano. La torre meridionale, invece, fino agli anni ’30 del secolo scorso faceva parte di un’abitazione; la struttura fu restaurata con la demolizione del quartiere di Ponticello, sotto la direzione di Orlando Grosso.
Le due torri sono visitabili, ad esclusione dei giorni di pioggia per motivi di sicurezza; attraverso una scala elicoidale interna in pietra è possibile accedere fino in cima, da dove si può godere uno splendido panorama su gran parte della città.
A destra della porta c’è un’edicola votiva dedicata alla Madonna della Guardia, risalente al XVII-XVIII secolo e a sinistra una lapide in marmo su cui è scritto:
‘’Sono sorvegliata da soldati, circondata da splendide mura
e scaccio lontano con il mio valore i dardi nemici.
Se pace tu porti, accostati pure a queste porte,
se guerra tu cerchi, triste e battuto ti ritirerai.‘’

La casa di
Cristoforo Colombo
Appena fuori dalle mura medioevali, in fondo a Vico dritto di Ponticello, troviamo la casa che fu di Cristoforo Colombo o, meglio del padre, Domenico Colombo, dove il famoso navigatore visse in gioventù, tra il 1455 (vi arrivò che aveva quattro anni) e il 1470.
L’edificio risale al XV secolo e sorge dove un tempo vi era il “quartiere dei lanaioli”; il padre di Cristoforo era infatti uno “scardassiere” ovvero colui che cardava e sbrogliava la lana.
20160327_112639 (Copy)All’epoca di Colombo la casa si trovava all’interno dell’ampliamento murario del XIV secolo, in un tessuto urbano formato soprattutto da case popolari. La struttura è rimasta la stessa, sviluppata su due piani: il piano terra era destinato al commercio e agli affari, ospitava in un ampio vano la bottega e il retrobottega, mentre un vano di dimensioni minori fungeva da disimpegno per raggiungere il piano superiore. Questo era adibito ad abitazione e vi si svolgeva la vita familiare. Il servizio igienico era situato nel vano sottoscala. Nella facciata, a destra vi era la porta d’ingresso alla bottega e a sinistra l’ingresso privato. A dividere i due piani un solaio a travatura in legno.
Quella che vediamo oggi è però una ricostruzione, sui resti originari, risalente al XVIII secolo, in quanto la casa fu probabilmente colpita e distrutta nel 1684, durante il bombardamento con artiglieria pesante disposto da Luigi XIV, il Re Sole, e perpetrato dalla flotta navale francese contro l’allora repubblica marinara. Si ipotizza che, dopo la ricostruzione, fossero stati aumentati i piani giungendo, alla fine del XVIII secolo, a un totale di cinque. La casa fu riportata ai due piani attuali quando fu demolito il lato nord nell’ambito dei lavori che portarono all’edificazione di via XX Settembre: essendo stata costruita ponendo i travi sui muri portanti delle case affiancate, non poteva reggersi da sola, per cui si fu costretti ad eliminare i tre piani superiori.
Durante recenti restauri sono stati scoperti parti di pavimentazione originaria dell’epoca pre-medioevale, presumibilmente del VI secolo. Un vetro permette di osservare le originali fondamenta.
Nel 1887 la casa venne acquistata dal Comune di Genova e oggi fa parte del polo museale storico della “Superba”. All’esterno una epigrafe ricorda che vi dimorò l’illustre genovese; all’interno è esposta copia della “Relazione Belgrano”, che contiene la summa delle ricerche storiche ottocentesche condotte sulle vicende della casa di Colombo. Il documento originale è conservato presso la Biblioteca civica Berio.

Chiostro di Sant’Andrea
Quando, con gli interventi avvenuti nei primi decenni del secolo scorso, fu modificato l’aspetto urbanistico della zona, vicino alla casa di Colombo venne collocato il chiostro di Sant’Andrea, pregevole opera proveniente dal complesso conventuale del XII secolo che sorgeva sul colle omonimo, demolito nel 1904.
Il monumento fu salvato grazie alle pressioni dell’architetto Alfredo d’Andrade che, dopo averlo smontato e restaurato, lo ricompose nell’attuale sito. Questo tuttavia accadde solo nel 1922, in quanto per quasi vent’anni i materiali furono dimenticati nel magazzino di Sant’Agostino.
L’ordine inferiore del chiostro si sviluppa su un impianto rettangolare mentre l’elevato è scandito da una serie regolare di colonnine binate (11 sul lato lungo e 5 sul lato minore), raggruppate in corrispondenza degli angoli, che sorreggono archi a sesto acuto. Le trentadue coppie di capitelli costituiscono l’elemento caratterizzante della composizione poiché presentano una gamma di soluzioni figurative di notevole pregio, ascrivibili ad un intervallo temporale compreso tra il 1100 e la fine del XIII secolo. La fase più antica, localizzata nei lati sud e ovest, è sempre risolta con un motivo decorativo neocorinzio di base, a foglie d’acqua e volute angolari che racchiudono di volta in volta fiori, foglie, protomi umane, pigne e rosette, su cui si innesta la rappresentazione di scene di vita quotidiana sul lato occidentale (l’aratura, il pascolo, il lavoro con animali da soma) e a tema sacro nel lato sud (Adamo ed Eva, Daniele nella fossa dei leoni). La parte duecentesca che contraddistingue gli altri due lati presenta motivi vegetali alternati a volute, grappoli e fiori, con presenza di decorazione zoomorfa e fitomorfa anche alla base delle stesse colonnine. Gli angoli del chiostro vengono 20160327_100530 (Copy)rimarcati da raggruppamenti di colonnine trattati con motivi decorativi neocorinzi associati a raffigurazioni sia di scene tratte dal Nuovo Testamento che di vita agreste.
Il chiostro di S.Andrea sistemato nel cuore della città offre al visitatore un momento di pace e serenità: merita quindi una visita (gratuita e accessibile a tutti) per apprezzarlo meglio.

Il Ponte delle Conchette
Vico dritto Ponticello è una piccola salita che esiste tuttora (sebbene spoglia degli edifici che la adornavano) e che conduce da Porta Soprana alla sottostante piazza Dante.
Il nome è dovuto alla presenza di un piccolo ponte posto sopra il rio Torbido, che scorreva seminterrato, e che collegava la strada romana proveniente dal borgo di San Vincenzo con la stessa Porta Soprana.
Il ponte aveva il curioso nome di “Ponte delle Conchette”, chiamato così durante il XV secolo perché in quel punto venivano gettati i manufatti in ceramica rotti oppure difettosi, provenienti dalle fabbriche poco lontane. Dal soprannome deriva l’antica espressione genovese che indica qualcosa di scadente “O no l’ha mai passòu o ponte de conchette” (Non ha superato il ponte delle conchette).
Fino al 1860, anno dell’unità d’Italia, su una casa ora non più esistente, si potevano vedere alcuni anelli delle catene che chiudevano il porto di Pisa, repubblica marinara rivale, espugnato nel 1290 dai genovesi, e un bassorilievo del 1280 che raffigurava il porto pisano.
Il bassorilievo si trova ora nella chiesa di Sant’Agostino – situata accanto al museo omonimo – mentre gli anelli, insieme ad altri della stessa catena che si trovavano su altri edifici, furono. con l’unificazione nazionale, restituiti alla città di Pisa.

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