Gli affreschi di Francesca Capitini 1


capitini-copyLa stranezza di questo mio incontro con Francesca è di trovare un’artista accademica, giovane e donna, entrata a far parte dell’Olimpo dell’Arte. Là, sulla vetta più alta del mondo artistico, per esserci devi necessariamente avere una formazione, preparazione, ricerca, crescita ed esperienza. La Capitini non è una Belen del momento. Né una Milly del passato ancora presente. In un momento attuale, ancor più maschilista rispetto ai tempi andati, non è facile trovare in questo ambiente una giovane ragazza ancora genuina nonostante il suo successo, sicura della sua opera, rispettosa verso gli affetti, devota verso i credi religiosi.
È più facile che sia la donna a seguire l’uomo nel suo percorso professionale e lavorativo. Invece, Francesca è contro corrente in questa contemporaneità confusa e disorientata. Non c’è frastuono e caos attorno a lei. Bensì lo scorrere del quotidiano è semplice e silenzioso. La vita di tutti i giorni è quella di una donna comune accanto al suo uomo: Alessandro, suo marito. Questa semplicità, questo basso tono di vita si notano nelle pennellate morbide e poco contrastate di Francesca, pur se sono presenti tagli e linee grafiche, segni di questo tempo.
La tecnica che usa Francesca e che la fa grande, è tra le più antiche: l’affresco. Troviamo affreschi risalenti già a migliaia di anni fa, ancor prima della civiltà greca; la tecnica fu proseguita dagli ellenici e portata in auge dai romani, che esaltarono le loro dimore arricchendole di figure e colori. Nei dipinti parietali di Pompei ed Ercolano incontriamo la grande eccezionalità dell’espressione artistica di quel tempo e il riconoscimento della bravura dell’artista-artigiano. Quei dipinti riportano prospettive e tridimensionalità dell’arte figurativa, elementi dimenticati per secoli e ripresi dal Giotto. Egli non ha visto e saputo di città sepolte dalla cenere del Vesuvio. La sua formazione romana tra i mecenati papali, comunque, gli ha permesso di riprendere quegli elementi prospettici, stravolgendo la pittura del Rinascimento e dando volume alle figure piatte, ancora sull’onda delle rappresentazioni iconoclastiche bizantine.
Geniale per le sue descrizioni pittoriche, Giotto ebbe l’incarico di affrescare le pareti della Basilica di Assisi. Oggi accanto a Giotto e ai suoi Maestri troviamo anche Francesca, artista giovane, donna, moglie e madre.
capitini-1-copyIn una Italia politicizzata, ghettizzata dalle lobby di potere, legittimata dai conservatori classisti e stantii della destra e della sinistra, amministratori senza né arte né parte fanno a gara per salire sui cavalli vincenti, italiani ma affermatisi all’estero, con l’intento di mostrare al grande pubblico di aver fatto qualcosa di significativo. La chiamata di Francesca ad operare nella Basilica di Assisi sembra confermare invece l’esistenza della mosca bianca, dell’eccezione.
Come un muratore che si muove tra le polveri degli intonaci e i giri di cazzuole, la Capitini lavora il suo “muro” per poi affrescarlo: la sua opera è infatti trasportabile come lo un dipinto su tela. Questo modo di operare, che ha fatto suo affinandolo, è la sua peculiarità, la caratteristica che la contraddistingue, oltre naturalmente al suo tratto del tutto personale.
Affreschi realizzati su una base murale trasportabile, hanno bisogno di una location di tutto rispetto per essere apprezzati nel loro splendore. Per fortuna ci sono luoghi che si prestano a questo scopo, anch’essi nella loro genuina semplicità: le grandi masserie del Sud Italia.
Entrando negli spazi degli edifici, si avverte la magia di questa esposizione. Quei muri da cui traspare la storia, bianchi di calce viva, si sposano alla perfezione con quei quadri di intonaco colorato. Le Madonne, le maternità, i puttini, acquisiscono un’aura di sacralità, pur in stanze adibite a funzioni non religiose. Tuttavia sacro era il lavoro di trasformazione delle olive in olio. Infatti, l’ingresso dello spazio espositivo accede in quello che era il vecchio frantoio della masseria: ospita le presse, dove si ponevano i fiscoli carichi di pasta di olive e dalle quali colava lentamente il liquido verde, raccolto nei depositi sotterranei. Al centro della sala c’è la vecchia macina in pietra e, sullo sfondo, un quadro di Francesca che farà parte della collezione privata dei proprietari della masseria. Il dipinto affrescato riporta la distesa di ulivi che si ergono tra i solchi ben delineati della terra rossa e scura di questo tratto di Puglia. Il tronco degli alberi è contorto, a sottolineare che si tratta di quei vecchi patriarchi pugliesi. In primo piano una giovane donna osserva il panorama, seduta di spalle e rilassata; lo si intende dal suo braccio sinistro, disteso lungo la spalliera della seduta mentre quello destro è piegato a reggerle il capo, chino da un lato. Si percepisce la sacralità del luogo e la sacralità delle opere. La bellezza è in questa spiritualità, che ci incanta.





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