IL SEME


obelischi (Copy)Il seme originario
Il seme originario è la parola. Il Vangelo di Giovanni recita: “Nel principio era la parola, ogni cosa è stata fatta per mezzo di essa e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.”
Questo ribadisce semplicemente ciò che leggiamo nella Genesi. Nei giorni della creazione Dio creò le cose chiamandole per nome; si sgrana così un rosario di “Dio disse…” e ancora “Dio disse…” e poi “Dio disse…”, e a mano a mano che l’Eterno chiamava le cose esse apparivano. Soltanto per l’uomo, e poi per la donna, al proposito espresso con la parola seguì l’opera della mano, che impastò la polvere e staccò la costola. Tuttavia anche in questo caso l’Eterno soffiò, senza emettere suono, il suo alito vitale nelle narici dell’uomo.
Qui s’innesta a proposito quanto riporta il Vangelo gnostico di Filippo: “Il Signore amava Maria Maddalena più di tutti i discepoli, e spesso la baciava sulla bocca”. Lo stesso Vangelo di Filippo ha già parlato in precedenza del bacio e del suo significato (59, 5): “Colui che si nutre dalla bocca, se di lì proviene il Logos verbo di verità, dovrà essere nutrito dalla bocca, e diventare Perfetto. Perché il Perfetto diventa fecondo per mezzo di un bacio, e genera. Per questo motivo anche noi ci baciamo l’un l’altro, e concepiamo l’uno dall’altro, per opera della grazia che è in noi.”
Che la parola sia seme lo riconferma S. Tommaso, e con lui alcuni vangeli apocrifi, quando vi si legge che la Vergine Maria fu fecondata dallo Spirito Santo, o dal Verbo, attraverso l’orecchio: Conceptio per aurem. Si conferma quindi che la parola è seme, ma questo non significa che debba essere necessariamente un “buon seme”, poiché nelle cose create il bene e il male sono due facce della medesima medaglia.
D’altronde l’Eterno stesso, alla fine di ogni giorno della Creazione, considerava la sua opera; il Libro della Genesi riporta infatti, giorno dopo giorno, “E Dio vide che questo era buono”. Ma c’è un giorno, il secondo, il cui questo consenso manca: è il giorno in cui Dio separò le acque superiori da quelle inferiori, e chiamò “Cielo” la distesa intermedia. In quel giorno l’Eterno aveva operato una separazione, una disunione, una dualità antagonista che, sia pur feconda, non ritenne di riconoscere come “buona”.

Il seme cosmico
C’è poi un seme cosmico, inteso come energia vitale e vitalizzante, che gli antichi individuavano nel Sole, dando origine alle tante religioni solari presenti in numerosi luoghi e in ogni epoca.
C’è stata una costante identificazione tra il Sole, inteso come il Seminatore (il grande “Sator”) e il seme, rappresentato dall’energia da esso emanata, fatta di luce e calore, che tutto vivifica. Gli antichi, in ogni tempo e in ogni luogo, di questo erano convinti e spesso rappresentavano materialmente il connubio Sole – Terra (la Grande Madre) alla stregua di un coito.
In Gran Bretagna il complesso megalitico di Stonehenge racchiude nel ventre del suo cromlech (cerchio di pietre) due serie di pietre concentriche a forma di U, con l’apertura rivolta verso il punto dell’orizzonte in cui sorge il Sole al Solstizio d’Estate. Tra questo simbolico utero di pietre (che simboleggia l’utero della Terra) e il lontano punto dell’orizzonte c’è un menhir alto sei metri, la Heel-stone. Quando sorge il Sole del 21 giugno, il più alto dell’anno, nel pieno della sua potenza quindi, la sua sfera di fuoco appare sulla punta del menhir e l’ombra di quest’ultimo penetra nelle pietre azzurre e di sarsen disposte in forma di utero: la Terra Madre è fecondata dal suo Sposo celeste.
In Irlanda, a Newgrange, c’è la cosiddetta Tomba megalitica (che tomba non è): un lungo corridoio coperto lungo circa 12 metri, con l’ingresso rivolto verso il sorgere del Sole al Solstizio d’Inverno e, dal lato opposto, un vano absidato con due camere laterali.
Il primo raggio di Sole del Solstizio penetra nel corridoio raggiungendo il vano absidato (l’utero) e il chiarore si diffonde nei due vani laterali (le ovaie): ancora un’allegoria della fecondazione, dell’energia vitale proveniente dal sole che penetra nella Terra.
Più a sud, in Egitto, lungo le sponde del Nilo s’incontra una gran quantità di obelischi; raggi di Sole pietrificati, secondo Plinio, ma anche simboli fallici. Il Sole ne proietta l’ombra sul terreno al Solstizio d’Estate, quando è più alto e gagliardo; allora il Nilo straripa e come il seme si spande sulla terra, fecondandola e rendendola fertile. E’ sempre il Sole il grande seminatore, e la Terra la sua sposa.
Questa teatralizzazione del coito cosmico si riscontra anche nel Medio Evo, e perfino nelle chiese cristiane.
A San Leonardo di Siponto, vicino a Manfredonia, in Puglia, nella volta della chiesa è realizzato un foro attraverso il quale, a mezzogiorno del Solstizio d’Estate, e solo allora, passa un raggio di sole. Sempre il Sole più gagliardo e questa volta al massimo della culminazione, sempre un’apertura, analoga al grembo femminile, sempre un ventre accogliente (la navata della chiesa) e infine l’utero, simboleggiato dall’arco sorretto da due pilastri al centro del quale termina il raggio di sole.
Ma innumerevoli sono le allegorie del Sole fecondatore, presenti oltre che nell’architettura – da quella megalitica alla medievale – anche nei riti e nei misteri di numerose religioni per celebrare il ruolo di questo seme cosmico che accende la scintilla della vita nel grembo della Terra Madre.

Il seme dell’uomo
E’ questa la grande delega conferita da Dio, creatore dell’uomo, alla sua creatura perché continui a creare altri uomini. In questo supremo privilegio di ripetere l’opera di un Dio è il senso stesso della sua sacralità e drammaticità. L’uomo, che nel seno della sua compagna ritrova il seno materno, che nel suo grembo ritrova il grembo da cui proviene, scopre nella sposa il simulacro della madre, che a sua volta lo riconduce alla Grande Madre, quella Terra dal cui fango, manipolato da Dio, egli fu tratto. Nell’istante in cui l’uomo penetra nel ventre della sua sposa, torna nel ventre della Terra.
Quel grembo schiuso innanzi a sé, per poter essere per nove mesi culla dovrà prima essere tomba, in quanto nel momento magico in cui deporrà il suo seme verranno assorbite le sue forze vitali; non a caso i francesi chiamano quel momento “La pétite mort” mentre poeti e trovatori medievali lo definivano “Morte d’amore”.
Non può esserci una nascita senza una preventiva morte, come per il chicco di grano, che prima di germogliare deve marcire nel buio della terra. Non c’è prima una nascita e poi la morte, ma esattamente il contrario: dalla morte si origina una nascita, da cui discende la necessità di morire per poter rinascere più luminosi di prima. Se un chicco di grano dà una spiga, se da una ghianda nasce una quercia, ogni morte presuppone una rinascita più splendente. Gesù muore martoriato, ma quando il sepolcro si schiude il Cristo risorge nella luce gloriosa del Padre celeste. E’ così che la vita dello spirito rinasce incessantemente.

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