Il lavoro dell’attore su sé stesso: il metodo Stanislavskij


Stanislavskij il lavoro dell'attore su sé stesso

Il metodo Stanislavskij è attualmente la tipologia di recitazione più conosciuta e seguita da chi intraprende la carriera di attore.

Coloro che intraprendono il percorso artistico attoriale al giorno d’oggi hanno a disposizione una vasta scelta tra Accademie, corsi e luoghi di formazione più o meno efficaci.

Non basta stare davanti ad una telecamera per potersi definire attori. Come ben sappiamo, la gavetta è lunga e faticosa e non tutti sono sufficientemente motivati a portare avanti una carriera così impegnativa.

L’esperienza sui set non basta all’attore a definirsi tale se non ha fatto tesoro di tecniche specifiche, utili nella costruzione del personaggio.

Stanislavskij è stato il primo ad analizzare minuziosamente il lavoro dell’attore e a descrivere quindi il processo creativo utile all’interpretazione del personaggio. Il teatro prima del novecento non aveva una formazione specifica ma si riduceva a  pura esecuzione ed esercitazione sul campo. I neofiti si formavano imitando i professionisti, affidandosi spesse volte all’istinto.

Per la prima volta il teatro distingueva la figura del regista e la recitazione cominciò ad essere materia di studio approfondita.

Konstantin Stanislavskij è stato uno dei registi teatrali più importanti di inizio 900. Il suo metodo consisteva nello scavare nell’intimo dell’attore per fargli rivivere sentimenti del suo passato e comunicarli allo spettatore sotto forma di stati d’animo del personaggio che interpretavano.

Il regista era dell’idea che la credibilità scaturisse da emozioni già provate e rielaborate che dovevano caratterizzare il personaggio. Mise a punto svariati esercizi che stimolassero l’attore a riportare in scena parti del suo vissuto e sperimentò questo metodo sugli allievi del Teatro d’Arte di Mosca.

Si avvalse anche dei risultati della psicologia moderna per analizzare gli attori e quali eventi potevano riportare alla luce i metodi d’interpretazione.

I processi del suo lavoro sono essenzialmente due:

Personificazione: che riguarda il corpo, l’involucro esterno, dai muscoli all’espressività fisica, alla voce, alle azioni. E il lavoro sul corpo verrà successivamente sviluppato nella biomeccanica di Mejerchol’d, un altro regista teatrale del 900.

Reviviscenza: che parte dalla psiche e coinvolge l’immaginazione. C’è la lettura del testo, l’attenzione al tempo e al ritmo, l’eliminazione obbligata degli stereotipi di ogni tipo. Se non si rivive un’azione, un’esperienza, non la si può interpretare. Diventa inespressiva. Tuttavia la personificazione, per quanto scavata nell’intimo possa essere, prevede anche un’armonia intrinseca con il corpo che deve essere necessariamente allenato ad accogliere ogni tipo di reviviscenza per rielaborarla ed infine esternarla.

Scrisse due libri molto importanti: Il lavoro dell’attore su sé stesso nel 1938 e Il lavoro dell’attore sul personaggio nel 1957.

Possiamo riassumere il concetto di Stanislavskij con la tecnica dell’immedesimazione.

L’attore si domanda come agirebbe se si trovasse in quella situazione e così facendo dà una concretezza mentale alla stessa azione che non viene più soltanto riprodotta. Solo in questo modo l’attore può rivivere quello che sta vivendo il personaggio e la scena diventa credibile.