L’infanzia e i racconti


image-1 (Copy)Lo studio del pensiero narrativo nel bambino è un tema che affascina molti studiosi per l’importanza che ha, a livello di sviluppo cognitivo, un’attività solo apparentemente banale come ascoltare un racconto o (per i bambini più grandi) raccontare una storia.
Secondo Bruner la narrazione è il primo mezzo che il bambino utilizza per interpretare la realtà e costruirsi una esperienza personale. In effetti, le esperienze umane non rielaborate attraverso il pensiero narrativo non producono conoscenza funzionale al vivere in un contesto socio-culturale, ma restano meri accadimenti e, di conseguenza, sono inevitabilmente destinate all’oblio.
Il dispositivo narrativo risulta pertanto particolarmente efficace nella chiarificazione e comprensione di eventi, accadimenti, esperienze e situazioni umane con connotazioni di forte intenzionalità e nella messa a fuoco di unità di analisi particolarmente complesse, in cui giocano un ruolo centrale i soggetti umani, le loro storie, le opzioni culturali, l’etica ed i valori di cui sono portatori, le loro intenzioni, le motivazioni, le scelte e le relazioni intersoggettive che tessono, sia su un piano cognitivo/culturale che su un piano affettivo/relazionale. Per questo motivo la narrazione risulta estremamente funzionale alla comprensione delle diverse forme dell’agire umano (di cui l’agire educativo rappresenta una specifica declinazione) nonché alla comprensione delle diverse e differenti forme di conoscenza che ne scaturiscono. Tutte le forme di agire umano, essendo socio-culturalmente situate, sono inoltre sottoposte costantemente a processi decostruttivi e ricostruttivi, da cui scaturiscono nuovi e diversi elementi conoscitivi che andranno ad orientare l’agire futuro.
Imparare a raccontare qualcosa di sé, ascoltare le storie raccontate dai genitori, dai nonni, da un’insegnante è un’esperienza importante per il bambino. Infatti attraverso il racconto prima e la narrazione poi, che il bambino avvia un processo di esplorazione delle proprie esperienze emozionali e impara a riconoscerle.
In questo processo l’adulto, genitore o insegnante che sia, ha il ruolo importante di insegnare ai piccoli non solo a riconoscere le proprie emozioni, ma anche a leggere (in maniera empatica) quelle altrui.
I genitori e gli altri educatori hanno il ruolo di facilitatori. Essi, cioè, diventano un riferimento importante per i bambini, diventano un modello da osservare, imitare e sono le persone a cui affidarsi quando non si sa in che modo comportarsi.
Ai genitori spetta il compito non facile di riuscire, in qualche modo, ad entrare nel mondo privato del bambino, di essere sensibili ai cambiamenti di percezione, sentimenti e significati che fluiscono sul suo modo di vivere le emozioni: dalla rabbia alla tenerezza, dalla confusione all’insight.

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