Il potere terapeutico del Salento 1



Roma, Auditorium Parco della Musica 08 10 2009 Ottobrata Romana OPI Orchestra Popolare Italiana dell'Auditorium Parco della Musica Ambrogio Sparagna direttore con la partecipazione di Giovani poeti a braccio laziali e del Coro Popolare ©Musacchio & Ianniello ******************************************************** NB la presente foto puo' essere utilizzata esclusivamente per l' avvenimento in oggetto o per pubblicazioni riguardanti la Fondazione Musica per Roma ********************************************************

Il bacino del Mediterraneo ha da sempre avuto il suo fascino; l’incontro di popoli diversi, qui giunti per colonizzare nuove terre, ha creato sovrapposizioni e fusioni culturali riconoscibili nelle facciate delle case, nell’architettura di palazzi, castelli, chiese, negli antichi percorsi rurali, segnati da dolmen, menhir, pagliai, lauree ed edicole votive, nei linguaggi, nelle abitudini di vita.
Il Salento, l’area più a sud della Puglia che comprende l’intera provincia di Lecce e buona parte di quelle di Brindisi e di Taranto, è l’emblema di questo incontro di culture, che ha dato vita a caratteristiche tradizioni popolari, in cui risalta la devozione cristiana per il santo patrono del paese, congiunta con una quasi latente mitologia pagana. Qui si mescolano feste religiose, sagre popolari, esorcismi, superstizioni, leggende e pregiudizi, a cui, comunque, ogni salentino è legato.
Nelle notti d’estate, nel Salento, ci si può imbattere in feste di piazza nelle quali si ripetono gesti antichi, tramandati di anno in anno, da persona a persona. Sono metafore della lotta e dell’amore, spaccati antropologici della vita di paesi assolati, il cui calore non è solo climatico, ma anche più concretamente “umano”.
La “pizzica salentina”, o “pizzica de core”, è un ballo popolare di corteggiamento, dove uomo e donna ballano insieme guardandosi negli occhi, senza, però, toccarsi mai. La “pizzica tarantata” ha invece un ritmo più accelerato e serviva per curare le “tarantate”.
Le testimonianze della gente salentina, riprese da studiosi come Ernesto de Martino (La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano, 1961), parlano infatti delle “tarantate”, donne che si contorcevano con tutto il corpo e sbattevano forte a terra come possedute. Si trattava di donne provenienti da un ambiente estremamente povero, analfabete, che lavoravano come contadine e dovevano farsi carico della casa e dei figli, spesso da sole, poiché il marito era emigrato per cercar lavoro. A quei tempi, e in quei luoghi, le tradizioni popolari lasciavano poco spazio alla medicina, e la scarsa istruzione faceva il resto; si credeva che queste donne, durante il lavoro nei campi, fossero punte da un ragno, la tarantola appunto, che provocava loro un malessere psicofisico.
Negli anni ‘30 nasce l’orchestrina terapeutica di Luigi Stifani (1914-2000), barbiere e violinista, composta da violino, tamburello, organetto e chitarra, che entrava nelle case per curare le tarantate, tranquillizzandole man mano con la melodia.
La “danza a scherma” invece, detta anche “danza delle spade” oppure “danza dei coltelli”, si svolge a Torrepaduli, una frazione di Ruffano, alla vigilia della festa di San Rocco, quando coppie maschili di ballerini si sfidano fino all’alba in un simbolico duello. La tradizione ha origine dal fatto che in passato nel paese si scatenavano spesso litigi tra famiglie rivali e il duello era ritenuto un modo dignitoso per difendere l’onore e l’orgoglio di una famiglia. Pur se è riscontrabile un parallelismo tra questi principi e quelli tipici dell’età cortese-cavalleresca del Medioevo, queste usanze in passato furono trasformate in danze sanguinose dagli zingari che un tempo gestivano i mercati di bestiame nel Salento. Questa particolare danza è dunque legata per tradizione ad ambienti malavitosi; col tempo e i cambiamenti sociali le armi furono abolite, ma la danza delle spade rimase viva: al ritmo ripetitivo e quasi ossessivo dei tamburelli, spettatori e musicisti formano una ronda, un cerchio, intorno ai ballerini, che danzano mimando i coltelli con le mani nude.
Anche quest’anno, come ogni anno nella notte tra il 15 e il 16 agosto, Ruffano vedrà arrivare gente da tutto il Salento e non solo, per partecipare alla festa. Ancora una volta sul sagrato della Chiesa di San Rocco si incontreranno anziani e giovani devoti che danzeranno insieme, in un incontro tra generazioni estremamente diverse e distanti tra loro ma accomunate da una filosofia della lentezza, dove le vite scorrono semplici, tra la vicinanza emotiva e le cantilene dialettali di un Salento magico, al di fuori da ogni logica temporale.


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