Retrospettive: Viale del Tramonto, Sunset Boulevard, 1950, Billy Wilder


Sunset Boulevard

N°10 OTTOBRE 2017

Los Angeles. Anni 50. Nell’imponente villa di Norma Desmond, una diva del muto ormai dimenticata, si consuma un atroce delitto. Il corpo di un uomo viene ritrovato dalla polizia riverso in una piscina. È Joe Gillis, uno sceneggiatore disoccupato, la stessa voce narrante che racconta quanto gli è accaduto con l’escamotage narrativo di una sceneggiatura dettagliata. Il morto che parla in prima persona ad inizio e fine film simbolizza il sonno eterno del cinema muto che il personaggio di Norma Desmond incarna nell’interpretazione nostalgica e funerea che l’attrice Gloria Swanson fa di sé stessa.

Norma Desmond, divoratrice di riflettori invoca i tempi remoti di Valentino, Fairbanks e disprezza con schizzofrenica volgarità l’avvento del sonoro: “Io sono sempre grande è il cinema che è diventato piccolo”.

Il cinema muto, un’eternità che i posteri hanno il dovere di ricordare, è questa la prigione di illusioni in cui vive Norma con la complicità del fedele e laconico maggiordomo Max interpretato da Erich Von Stroheim, regista prolifico e scomodo degli anni 20.

Un mausoleo di ricordi, foto e filmati che hanno sempre una sola protagonista, lei. Tutto in quella casa è un monumento a Norma Desmond. La donna in preda a ricorrenti crisi depressive trascina lo sfortunato Joe nello sfarzo della sua campana di vetro e con un sadismo ben congeniato che genera quasi tenerezza nello spettatore si isola dal mondo esterno. L’aspetto desolante dell’esterno della villa contrasta col lusso e la cura maniacale degli interni segno inconfondibile di una riluttanza verso la realtà nell’incapacità di accettarla per quella che è. Altri fantasmi del passato riecheggiano nella fastosa dimora: il pallido viso di Buster Keaton che si ritrova a giocare con lei a bridge e Charlie Chaplin nell’imitazione che lei stessa fa per dilettare Joe.

Viale del tramonto   Gloria SwansonLa scena in cui Norma si scosta con ribrezzo da un microfono che le penzola sul capo rimarca ancor di più l’inadeguatezza, lo spregio per il sonoro e l’estraneità di uno star system da decenni ridotto a relitto di sé stesso. Questo passaggio è ancor più evidente nel cameo di De Mille quando il regista fa spostare il riflettore dall’attrice. E proprio De Mille che un tempo aveva consacrato Norma Desmond alla fama adesso spegne i riflettori e le toglie la scena per poi restituirgliela nel finale, uno dei più belli della storia del cinema. Infatti Wilder con una crudeltà innocente allarga l’ultima inquadratura sul primo piano che la diva agognava, trasfigurando in chiave grottesca il delirio di onnipotenza della stella caduta.

Ed è attraverso la bocca di Norma Desmond che il regista lancia pungenti critiche agli ingranaggi dell’industria cinematografica. Il genio di Wilder fonde nella stessa pellicola diversi generi: dal drammatico al comico, dalle fosche tinte del noir, all’horror dei dettagli cupi e funerei della villa desolata, con rimandi gotici al castello di Dracula.

Sunset Boulevard è l’eredità di un tempo perduto, evanescente, che rivive solo negli occhi allucinati di Norma e nel compiacimento per le numerose lettere di ammiratori che le scrive di nascosto il fedele Max da sempre innamorato di lei.

La fabbrica dei sogni si fa strada nell’immaginario collettivo attraverso l’ambizione e il desiderio di Joe e dei tanti giovani che arrivano ad Hollywood nel tentativo di tirar fuori i sogni dal cassetto e di far parte di un mondo magico che ingurgita e rigetta talenti a suo piacimento. Gli studi della Paramount e gli sceneggiatori che vagano come formiche laboriose negli uffici dei produttori in cerca di visibilità non sono nient’altro che i luoghi e le situazioni che Billy Wilder aveva vissuto in prima persona negli anni 30 e che quindi conosceva minuziosamente: dagli uffici, ai camerini, agli studi di registrazione, fino ai quartieri di cartapesta allestiti per i set. E il desiderio manifesto di Betty Schaefer collega e amica di Joe, di non correggere più gli scritti altrui ma di mettersi a scrivere in proprio è da ricondursi intenzionalmente allo stato d’animo e alle speranze giovanili di un Wilder agli albori della sua carriera. D’altronde chi poteva svelare i segreti della macchina cinematografica hollywoodiana se non chi l’ha conosciuta dall’interno.

Joe Gillis, interpretato da uno schivo e diffidente William Holden, è destinato a fallire, quando, in preda alla disperazione, manifesta l’intenzione di voler ritornare a scrivere al giornale di provincia per soli 35 miseri dollari. Wilder ne impedirà il fallimento con il fatale destino a cui il protagonista andrà incontro che è quasi un prezzo da pagare per aver assaporato parte di quel mondo inaccessibile. Un film senza tempo dove follia e illusione incombono come fantasmi voluttuosi e dove i luoghi del passato inducono lo spettatore ad accettare le spietate regole dell’industria cinematografica. Fotografia di John F. Seitz e musiche di Franz Waxman. Viale del tramonto ottenne ben undici nomination e vinse tre Oscar per la miglior sceneggiatura, la miglior scenografia e la miglior colonna sonora.

William Holden

 

FOTOGRAMMI D’AUTORE/BILLY WILDER

Billy Wilder

Sceneggiatore e regista di origine polacca si impone sin da subito nel panorama cinematografico. Lascia la carriera forense per dedicarsi all’attività di giornalista sportivo a Vienna e a Berlino dove alla fine degli anni 20 scrive sceneggiature per altri grandi cineasti dell’epoca come Zinnemann, Ulman, Siodmak.

Costretto a fuggire dall’olocausto per le sue origini ebree si trasferisce prima a Parigi e poi negli Stati Uniti dove condivide la stanza con Peter Lorre. Scrive sceneggiature per la Paramount, collabora con Walsh, Hawks e Lubitsch da cui prende in eredità il gusto per la commedia sofisticata finché nel 1942 non dirige “Frutto Proibito” con Ginger Rogers.

Seguono: il filone noir “La fiamma del peccato” e “Giorni perduti” che ottiene l’Oscar alla regia, il cinema socialmente impegnato sul tema del giornalismo “L’Asso nella manica”, il dramma carcerario/di guerra “Stalag 17” e il dramma giudiziario “Testimone d’accusa”. Nel 1950 firma il suo capolavoro: Viale del tramonto, un film sulle leggi spietate di una Hollywood che accende e spegne con crudeltà le stelle del suo firmamento.

Spazia con maestria fra diversi generi e conquista il pubblico con le sue brillanti commedie: Quando la moglie è in vacanza, SabrinaA qualcuno piace caldoIrma la DolceAriannaUno, due, tre! e L’appartamento con cui vince l’Oscar. Wilder mette a nudo con ironia le convenzioni della società americana. Il suo pessimismo per la natura umana e la società si barcamena tra situazioni surreali, equivoci e romanticismo.

Vince numerosi premi alla carriera tra cui quello dell’American Film Institute nel 1986, l’Orso d’oro a Berlino nel ‘93 e il Leone d’oro a Venezia nel ‘72.