The Handmaid’s Tale vince il Golden Globe come miglior serie drammatica


handmaid's tale

N°12 DICEMBRE 2017

L’edizione del Golden Globe 2018 ha consacrato The Handmaid’s Tale come miglior serie drammatica. Un premio è andato anche alla protagonista Elizabeth Moss.

Da settembre è sbarcata in Italia su Tim Vision The Handmaid’s Tale la serie distopica tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood del 1985 Il racconto dell’ancella. Negli Stati Uniti la prima stagione è già stata trasmessa ad aprile su Hulu ed è in preparazione la seconda stagione prevista a primavera del 2018 che uscirà in contemporanea con l’Italia.

La serie ha già fatto parlare di sé per la crudezza di alcune scene che si spingono fino alla violenza fisica e psicologica sulle donne, un tema abbastanza attuale in questo periodo data la risonanza della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Tanti i concetti e i simboli espressi nella drammaticità degli eventi che lacerano la mente dei personaggi e spingono la loro voce interiore ad interagire con lo spettatore.

“Erano delle donne sporche, delle sgualdrine, voi invece, siete delle ragazze speciali. La fertilità è un grande dono di Dio. Ha fatto sì che rimaneste intatte per un fine biblico come Pilar era al servizio di Rachele. Voi ragazze sarete al servizio dei comandanti dei fedeli e delle loro mogli infeconde. Sarete voi a portare in grembo i loro figli”. Zia Lidia, la più terribile tra le SS della Gilead, illustra così il nuovo posto che le donne occuperanno nella nuova società ripulita dagli eccessi come Dio comanda.

The Handmaid's Tale                                                         The Handmaid's Tale

In un futuro prossimo Dio ha flagellato gli esseri umani con l’infertilità a causa di un indiscriminato inquinamento che ha compromesso l’esistenza stessa sulla Terra.

Un gruppo di estremisti religiosi abbatte la Costituzione negli Stati Uniti e impone una legge marziale, base fondante del nuovo regime teocratico. D’improvviso la vita quotidiana viene stravolta da un regime militarizzato con forti simbologie naziste. Le vittime in questo caso non hanno niente a che fare con la guerra di religione o di razza, ma sono le donne.

Ebbene si, uno Stato misogino che prende per il collo i progressi della modernità e li strozza senza alcuna pietà. Le donne diventano proprietà e merce di scambio del governo. Ogni tentativo di ribellione viene messo alla gogna coi sistemi più atroci. I ribelli più agguerriti e gli omosessuali, chiamati dalla Gilead traditori di genere, vengono così impiccati pubblicamente, lapidati, o mandati nelle cosiddette “colonie” a morire tra i rifiuti tossici. Ogni forma di libertà è bandita: leggere, uscire di casa senza consenso dei padroni, possedere denaro e stringere rapporti di amicizia non funzionali alle regole.

Le ancelle fertili servono esclusivamente per la procreazione. Ognuna di loro viene affidata ad una famiglia composta da personalità eminenti e viene sottoposta una volta al mese al rito della “cerimonia” in cui si consuma un rapporto sessuale dopo la lettura di alcuni versi biblici. Esse fungeranno da utero per il nascituro che verrà sottratto alla madre naturale dopo il parto.


La protagonista June interpretata da Elizabeth Moss viene affidata al Comandante (Joseph Fiennes) e a sua moglie Joy. La sterilità del Comandante non farà altro che irritare Joy, la quale attribuirà a June la colpa del mancato concepimento, scaricandole addosso i suoi scatti d’ira. Intanto tra il Comandante e June nasce un feeling particolare. L’uomo sembra apprezzare la compagnia dell’ancella e la invita di notte nel suo studio a giocare a Scarabeo. Alla fine della prima stagione June resterà incinta ma il figlio non sarà del Comandante.

Lo scopo della Gilead è quello di ripopolare un mondo amorale, ritornare alle leggi del Signore in una dimensione deformata e distorta della realtà in cui la dignità della donna è minacciata dall’intraprendenza femminile e dall’affrancamento dall’universo maschile. Togliere il lavoro alle donne e asservirle completamente all’uomo, è questo l’universo misogino dei creatori della Gilead, in primis del Comandante e di sua moglie, che si scopriranno essere i fondatori del movimento. 

Lo spettatore viene così catapultato nelle stanze luminose delle case dei Comandanti dove ogni oggetto è al proprio posto e tutto sembra perfetto, dalle linee geometriche all’armonia degli abiti semplici, fino ai generi alimentari. La bellezza formale degli interni stride con gli opachi ambienti esterni dove l’orrore dei cadaveri appesi lungo la muraglia altro non è che la crudele scenografia dei trasgressori sterminati dagli Occhi, soldati che si spostano in grossi fuoristrada neri, addestrati a far osservare le leggi.

the handmaid's taleGli Occhi che spiano qualsiasi cosa e riferiscono ai capi sono un richiamo palese alla simbologia distopica, tipicamente orwelliana di “1984”. Il Grande fratello che all’apparenza protegge è il nemico del popolo, colui che toglie la libertà di azione e di parola.

I rumori esterni si riducono ai bisbiglii confusi che provengono dagli altoparlanti che gli Occhi usano per coordinarsi tra loro. Questa è anche la metafora dell’anima delle ancelle, prigioniere di una catastrofe più grande di loro. Fuori si comportano osservando le regole per poter sopravvivere ma dentro di sé ogni ancella mantiene la speranza di ricongiungersi agli affetti strappati come June che spera di incontrare sua figlia Anna.

È una perfezione che nasconde le paure della società in cui viviamo dove la solidarietà sembra in fase di estinzione, scardinata dall’individualismo tecnologico. I mantelli rosso sangue delle ancelle, richiamo esplicito alla fertilità e i copricapi bianchi che impediscono di guardare in altre direzioni inibiscono la bellezza della donna, ridotta solo ad un contenitore per bambini. June nella Gilead viene privata di tutto, persino del suo nome: si chiamerà DiFred, perché ora appartiene al Comandante Fred Waterford.

Privazioni, ricatti, mutilazioni e stupri che spogliano le donne non solo dal punto di vista fisico ma anche da ogni tipo di umanità e le riducono ad una schiavitù cosciente. Lo sguardo e l’espressività dei volti non bastano a far trapelare l’indifferenza forzata al nuovo status ma è la voce lenta e pacata di June a condividere con lo spettatore lo strazio dell’anima, con la docilità artefatta di una bomba ad orologeria, sempre in tensione, pronta a scoppiare da un momento all’altro.

Un regime patriarcale per certi versi che trova nella religione un pretesto per dare credibilità alla fondazione del movimento. In un episodio in cui la setta è in via di espansione emerge l’ipocrisia di dare una spiegazione biblica al desiderio inespresso dell’uomo di dominare la donna per puro appagamento fisico.  

La visione di DiFred diventa quella dello spettatore che rivive nel personaggio e si abitua alla dimensione distopica. Diventa quasi impossibile non schierarsi dalla parte dei più deboli, nella mancanza di scelta, nelle azioni ma anche nelle non azioni che compromettono la salute mentale delle ancelle come Janine, la ribelle numero uno che dopo una mutilazione accetta la sottomissione cercando invano una spiegazione che non c’è e diventando l’ancella modello di zia Lidia. Janine tornerà ad essere sé stessa nel gesto estremo che compierà quando le sottrarranno la figlia.

Anche Moira (interpretata da Samira Wiley, la Poussey Washington di Orange is the new black”), la migliore amica di June, lesbica costretta a prostituirsi in un bordello clandestino, sembra aver perso la forza di reagire. Ed in questo luogo della perdizione, lontano dal rigore della Gilead, tra gli echi della Masched Balls di Eyes Wide Shut, sarà June stessa ad infonderle la speranza di riprendere a lottare per la resistenza.

DiGlen, interpretata da Alexis Bledel, la Rory Gilmor di Una Mamma per amica, lesbica dichiarata e prima voce della resistenza, subirà le torture peggiori: dopo la separazione forzata dalla sua compagna e da suo figlio verrà rinchiusa in isolamento; non le risparmieranno nemmeno l’esecuzione di un ancella con cui aveva intrattenuto una relazione e per finire subirà un intervento di sutura alla vagina per la sua condotta immorale.

Le azioni quindi diventano non azioni e si susseguono in un vortice da cui sembra non esserci alcuna via d’uscita. D’altronde eludere la sicurezza sembra quasi impossibile. Eppure… Sarà l’episodio iniziale della seconda stagione a dirci se per June ci sarà la luce o se tornerà nel buio più buio di prima. L’omosessualità femminile sia di Moira che di DiGlen si configura come una doppia violenza psicologica di cui lo spettatore è costretto a prendere atto e per certi versi a subirla.

The Handmaid's Tale                The Handmaid's Tale

E nella vita precedente, June stessa lavorava in una casa editrice, espediente narrativo che ricalca ancor di più lo status di donna intellettuale ed emancipata. Leggere è sinonimo di emancipazione ed è proprio ciò che il regime non vuole che avvenga per gli uteri vaganti.

Gli unici insegnamenti ammessi sono quelli di Zia Lidia, tratti dalla Genesi, che aprono e chiudono le battute delle ancelle con brevi esclamazioni di rito: “Sia Lode!”, “Sotto il suo occhio”, “Sia benedetto il frutto!” Molti hanno visto in The Handmaid’s Tale una roccaforte del femminismo soprattutto nella società attuale in cui i dilaganti effetti dell’ignoranza sfociano sovente in episodi di razzismo e paura per il diverso, tratti che, se esasperati, alimentano sentimenti di angoscia per il futuro. Infatti durante la scena dell’attentato, allo spettatore sembra che possa accadere da un momento all’altro quanto accade a June e Moira prima di finire nella Gilead in modo del tutto incosciente.

E se “i cattivi” dosano momenti di umanità lo fanno per uscire dall’aura di stereotipi ed acquisire uno spessore finalizzato a sorprendere: zia Lidia quando rivolge parole dolci a Janine sul letto d’ospedale, il Comandante Waterford con Di Fred negli incontri fugaci, Serena Joy regalerà un carillon a DiFred, Nick “l’Occhio che chiude un occhio” perché innamorato di DiFred.

The Handmaid's Tale

In tutta la prima parte della prima stagione l’impotenza non lascia spazio a rivolte di alcun tipo e le ancelle hanno accettato passivamente la loro condizione. Chi non lo ha fatto non è sopravvissuta. Nella seconda parte della stagione, dal momento in cui DiFred trova una scritta su un muro della sua stanza,“Nolite bastardes carborundorum” “Non lasciare che i bastardi ti schiaccino”, comincia ad intravedersi la speranza che quell’inferno finirà presto. DiFred non è sola. È da questo momento in poi che la parola resistere si trasforma in combattere.

The Handmaid’s Tale ha conquistato otto Emmy: come migliore serie drammatica, migliore attrice drammatica Elizabeth Moss, migliore attrice non protagonista Ann Dowd, migliore sceneggiatura, miglior regista, migliore attrice guest star Alexis Bledel, migliore scenografia e migliore fotografia.

Bruce Miller ha dato vita al mondo apocalittico che la Atwood aveva creato trent’anni prima nel suo romanzo. La serie a differenza del romanzo non è incentrata solo sulla protagonista ma dà ampio spazio anche ad altri personaggi chiave come Serena e Nick e permette ad altri una fortuita sopravvivenza come accade a Luke o a Janine che scansa la morte per ben tre volte.

Il parallelismo con la realtà fa più paura se si analizza il come tutto è cominciato; è stato un attentato a scatenare tutto questo. In un mondo in cui gli attentati sono all’ordine del giorno si fa fatica a distinguere la finzione dalla realtà. E a 72 anni dalla seconda guerra mondiale le previsioni angosciose della Atwood potrebbero non essere solo materiale per una serie tv.

“Sia lode”!

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