Turchia e Kurdistan: le radici dell’odio


fr_20150811_020222 (Copy)Dall’attentato di Ankara, rivendicato dai curdi, all’attentato all’aeroporto di Istambul, ad opera dell’Isis: in Turchia non c’è luogo immune dal terrorismo.
Solo ad Ankara, in data 13 marzo 2016, si contano almeno 37 morti, tra cui almeno due kamikaze, e 129 feriti, di cui 19 gravi. L’esplosione è avvenuta nella stessa zona in cui il 17 febbraio era scoppiata un’autobomba che aveva ucciso 29 persone.
Ma quali sono le radici dell’odio, è lecito parlare solo di terrorismo? Nel rispondere a queste domande la storia ci viene in aiuto e apre uno spiraglio di luce su questioni spinose e spesso avvolte nell’ombra.
Chi sono i Curdi, da dove vengono, ma soprattutto che cosa vogliono? Ovviamente non si ha la pretesa di trovare una risposta esaustiva, ma una lucida riflessione sugli attentati che negli ultimi mesi stanno sconvolgendo la Turchia.
I Curdi sono la quarta etnia medio-orientale dopo gli arabi, i persiani e i turchi. Un gruppo etnico indoeuropeo privo di una vera patria e abitante un territorio denominato Kurdistan, composto da parti degli attuali stati di Iran, Iraq, Siria, Turchia e in misura minore Armenia. Il Kurdistan è un territorio di rilevante importanza strategica, ben il 75% del petrolio iracheno proviene da queste regioni ed è qui che si trovano gli unici giacimenti della Turchia e i più importanti della Siria. È inoltre passaggio obbligato di alcune importanti vie di comunicazione, ad esempio tra le repubbliche centroasiatiche, l’Iran e la Turchia, ed è situato nel cuore di uno dei punti più caldi della politica mondiale. Risulta evidente come la posizione geopolitica dell’area abbia condizionato nei secoli le vicissitudini del popolo curdo, impedendone la tanto sognata unità politica.
Un lume di speranza si accese fra i curdi il 10 agosto del 1920 quando, nella cittadina francese di Sèvres, l’Impero Ottomano firmava il trattato di pace con le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale. L’impero, già drasticamente ridimensionato col trattato di Londra del 1913, si ritrovò ridotto ad un modesto Stato entro i limiti della penisola anatolica, privato di tutti i territori arabi e della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Il trattato prevedeva anche ampie tutele per le minoranze presenti in Turchia e garantiva ai Curdi la possibilità di ottenere l’indipendenza all’interno di uno Stato, i cui confini sarebbero stati definiti da una apposita commissione della Società delle Nazioni. Il trattato di Sèvres fu fortemente contestato da parte dei nazionalisti turchi che, guidati da Mustafa Kemal Pascià, si ribellarono al governo imperiale di Istanbul e stabilirono un governo separatista ad Ankara. Durante la Guerra d’indipendenza turca riuscirono a resistere alle forze di Grecia, Francia e Armenia e si assicurarono un territorio pari a quello dell’attuale Turchia. Il movimento nazionalista turco fu riconosciuto dalla comunità internazionale a seguito della firma di una serie di accordi: il Trattato di Mosca del 16 marzo 1921 con l’Unione Sovietica, l’Accordo di Ankara con la Francia, che poneva fine alla guerra franco-turca, il Trattato di Alessandropoli e il Trattato di Kars che fissavano i confini esterni.
La successione di questi eventi costrinse le Potenze Alleate della Prima guerra mondiale a tornare al tavolo del negoziato con i Turchi e quindi, nel 1923, a firmare il Trattato di Losanna con il quale veniva annullato e sostituito il Trattato di Sèvres e venivano assegnate ai Turchi l’intera Anatolia, la Tracia orientale con Adrianopoli e le isole egee di Imbro e Tenedo. Fu allora che i territori abitati dalla popolazione di etnia curda vennero spartiti tra Turchia, Siria, Iran ed Iraq e circa 25 milioni di curdi furono dispersi in cinque nazioni trasformandosi in altrettante minoranze.
In Iraq il movimento autonomista curdo si è organizzato nel Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e ha portato avanti dal 1961 la sua lotta contro il regime di Saddam Hussein. Qui si sono verificate, e continuano a verificarsi, le repressioni di più ampia portata, con deportazioni di massa in Iran, bombardamenti di villaggi e attacchi con armi chimiche.
Negli anni settanta nasce in Turchia il PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi, il cui scopo principale è il riconoscimento della lingua e dei diritti dei curdi. Il suo fondatore e leader è Abdullah Öcalan, detto Apo. Il programma del partito viene delineato durante il congresso di fondazione, il 27 novembre del 1978. Il suo progetto rivoluzionario prevede una prima fase di rivoluzione nazionale, con la creazione di una repubblica marxista curda in territorio turco per arrivare poi all’unificazione dell’intero Kurdistan, e una seconda fase, di rivoluzione democratica, con l’instaurazione di una dittatura del proletariato per eliminare lo sfruttamento latifondista, la struttura sociale basata sui clan e la condizione di inferiorità della donna. Nel 1982 la Costituzione turca vieta l’uso della lingua curda, criminalizzando ogni espressione che affermasse un’identità curda. Da quel momento il PKK inizia la sua lotta armata contro il potere centrale, creando un malessere crescente anche all’interno della stessa popolazione curda e dando l’occasione al governo di bollare la questione curda come un problema di terrorismo.

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